6. Creditori è meglio? Parliamo di obbligazioni – prima parte

Disclaimer: i contenuti hanno finalità informativa generale e non costituiscono raccomandazioni e/o consigli personalizzati. Investire comporta rischi di perdita.

9–13 minuti
  1. Introduzione
  2. Chi vuol essere creditore?
  3. Ad ognuno la sua
  4. Cosa puoi fare per me?
  5. Conclusione

Introduzione

Rieccoci qua, a continuare il nostro percorso nell’intricato mondo delle asset class finanziarie. Negli articoli 4 e 5 abbiamo inaugurato questa serie di approfondimenti con le azioni, definendole come la categoria “regina”, quella più emblematica di tutte. Naturalmente però, come in ogni racconto che si rispetti, così come ci sono dei protagonisti, ci sono anche altri personaggi meno in vista, ma ugualmente importanti. Non hanno quel carattere istrionico che li porta a rubare sempre la scena, sono più riservati, fanno quello che devono fare senza voler impressionare nessuno e con maggiore stabilità. Ed è per questo che, nella ricerca di un equilibrio generale, esprimono pienamente il loro valore aggiunto.

Stiamo parlando delle obbligazioni ovviamente! E chi meglio di noi italiani, figli dei BTP (Buoni del Tesori Pluriennali), conosce questi strumenti. Più corretto è dire che molti di noi, in un tempo più o meno vicino, ne hanno avuti un po’ in portafoglio; poi, sapere bene di cosa si tratti e come funzionino, è un’altra storia. Ma siamo qui per questo. Generalizzando e semplificando (non di poco), si può affermare che i titoli di debito (altro nome delle obbligazioni) piacciono specialmente agli investitori che prediligono la prudenza o che cercano di costruire un portafoglio equilibrato. Ma cosa sono esattamente? Come funzionano? E soprattutto, perché ogni investitore dovrebbe conoscerle e tenerle in considerazione?

Chi vuol essere creditore?

Per spiegare cos’è un’obbligazione, partiamo da una premessa generale. All’interno di un sistema economico, dal punto di vista della situazione finanziaria, possiamo avere due condizioni: chi ha risorse in eccesso (surplus), chi, invece, ne ha in difetto (deficit). E nessuno è immune da questa dinamica, nemmeno lo Stato, il cui debito pubblico o deficit sono metriche correntemente riprese dai media. Sarebbe utopico pensare che tutti i soggetti che sono nell’uno o nell’altro stato siano in linea con le rispettive necessità. Ossia, che tutti colori che in un dato tempo hanno risorse in eccesso ne hanno effettivamente bisogno in quel momento e che, viceversa, chiunque non ne ha abbastanza non ne necessiti. E infatti nella realtà non è così, si verificano continui scollamenti tra la situazione finanziaria e le contestuali esigenze.

Semplificando per rendere più lineare il ragionamento, potremmo dire che, tipicamente, gli Enti Pubblici e le imprese, per portare avanti le rispettive attività, hanno sempre bisogno di risorse. Mentre i cittadini risparmiatori le accumulano, creando riserve di valore non utilizzate. In ogni mercato efficiente, quanto disponibile dovrebbe essere allocato in maniera tale da ottimizzarne lo sfruttamento. Questo vale tanto per i beni materiali, quanto per quelli finanziari. Ciò ci porta a concludere che, almeno in linea teorica, sarebbe preferibile trasferire gli eccessi di risorse a beneficio di coloro che ne hanno in difetto. Ovviamente, però, questo trasferimento non può essere conseguenza di imposizioni pubbliche in un’economia di mercato. Deve essere il frutto della libera determinazione dei suoi agenti, attratti dai potenziali guadagni derivanti dal mettere a disposizione la propria liquidità. Stiamo parlando degli interessi creditori, che rappresentano la remunerazione di ogni prestito concesso.

Mettiamo che, dopo aver letto gli articoli 2 e 3, tu sei diventato un efficiente risparmiatore che ha accumulato 50.000 euro sul proprio conto (questa l’hai già sentita eh?). Un tuo caro amico, dopo tanti anni di lavoro come dipendente, decide di licenziarsi per aprire un ristorante. Lo so cosa stai pensando: “ecco qui un altro candidato a infoltire le fila dei ristoratori improvvisati con speranze di riuscire a farcela pari a quelle di un gatto che attraversa l’A1 di notte”. Il tuo amico è un tipo testardo; nonostante si renda conto che la passione per la cucina domenicale non vuol dire essere dei professionisti del settore, crede fortemente di potercela fare. E chi siamo noi per giudicarlo?

Ad ogni modo, memore del fatto che un mese prima ti vantasti con lui di essere riuscito a mettere da parte un bel gruzzoletto, dopo la seconda birra del venerdì sera ti fa una richiesta a bruciapelo: “che ne diresti se ti chiedessi 30.000 euro in prestito per la mia nuova attività?”. Tu, dopo esserti quasi strozzato con il sorso che stavi mandando giù mentre ti ha fatto la domanda, ti ricomponi e, tartagliando parole a caso, prendi tempo. Gli fai capire che per te non è una cosa facile; sono tanti soldi e ci sono voluti molto impegno e sacrificio per metterli da parte. Lui ti interrompe aggiungendo: “certo, capisco! Infatti, sono disposto a riconoscerti un interesse annuo del 7%, non chiedo carità”.

Ed ecco che improvvisamente la prospettiva cambia completamente! invece di tenere i soldi fermi sul conto corrente a generare interessi creditori bassissimi, potresti guadagnare molto di più facendo un prestito al tuo amico. É insomma una situazione win-win, dove tutti vanno via contenti. Lui ottiene risorse in più per acquistare quanto necessario all’avvio del ristorante, mentre tu un guadagno aggiuntivo dai tuoi risparmi. Così, dopo aver saputo anche che è in grado di restituirti il capitale in 5 anni, accetti di procedere.

Ora, mettiamo che l’operazione vada a buon fine e tra 5 anni tu ricevi fino all’ultimo centesimo, sai quanto guadagneresti? Te lo dico io: 5.642,16 euro in più rispetto al capitale iniziale di 30.000 euro. Questo, però, utilizzando per il calcolo degli interessi la formula dell’ammortamento, quella classica dei mutui o prestiti per intenderci (evito inutili complicazioni dilungandomi sul punto).

Per rendere meglio l’idea, facciamo finta che succeda precisamente quello che accade con le obbligazioni. In questo diverso scenario ottieni un 7% sul valore del capitale ogni anno per 5 anni. Senza dover fare calcoli complicati, si tratta di 2.100 euro all’anno per 5 anni, per un totale di 10.500 euro. Se ti chiedi perché la remunerazione è molto più alta, è dovuto al meccanismo dell’ammortamento, in cui la quota capitale su cui calcolare la successiva quota di interessi diminuisce progressivamente. E fortunatamente per noi ciò non avviene con questi strumenti finanziari.

Al posto del tuo vecchio amico mettiamoci uno Stato o una grande società privata, ed ecco qui una classica obbligazione! Generalizzando, si tratta di un titolo di debito emesso da un ente che ha bisogno di raccogliere capitali. In cambio del prestito di denaro, l’emittente si impegna a pagare al finanziatore una serie di interessi durante la vita dello strumento e a restituire il capitale alla scadenza.

È un patto semplice: presti soldi e ottieni un ritorno. Se con le azioni diventi parte di una società, con le obbligazioni ti trasformi in creditore di quella società o di un governo. La differenza è rilevante. Le azioni ti offrono la possibilità di partecipare alla crescita di un’impresa (o meglio, della sua valutazione finanziaria, che, come abbiamo visto nell’articolo 5, è legata alla situazione presente e alle previsioni future), mentre le obbligazioni ti garantiscono – sulla carta – un reddito fisso, indipendentemente da una crescita effettiva del business.

Ad ognuno la sua

Scendiamo un po’ più nel dettaglio. Gli interessi che si ricevono periodicamente sull’importo capitale concesso in prestito sono detti cedole e possono avere frequenza annuale, semestrale o trimestrale. Il tasso al quale queste vengono calcolate, invece, può essere fisso o variabile. Con il primo, i pagamenti sono sempre uguali durante l’intera vita dell’obbligazione, con il secondo, l’importo varia in base ad un indice di riferimento. Può trattarsi per esempio dell’inflazione; per farla semplice, se l’inflazione sale si percepisce una cedola maggiore e viceversa. Ci sono poi le zero coupon, ossia quelle che non pagano cedole ma vengono emesse a un valore minore rispetto a quello di rimborso: compriamo a 800 euro e riceviamo 1.000 euro alla scadenza.

Come già detto, le obbligazioni sono emesse da entità, sia pubbliche, sia private, per raccogliere fondi. Uno Stato, ad esempio, potrebbe emettere obbligazioni per finanziare infrastrutture pubbliche o altre spese di interesse generale. Allo stesso modo, un’azienda potrebbe emettere obbligazioni per espandere le proprie attività o lanciare nuovi progetti. Un vero e proprio canale alternativo a quello bancario per ottenere credito.

Le obbligazioni del primo tipo sono dette governative e vengono generalmente considerate tra le più sicure. Quando ne acquisti una, infatti, stai prestando denaro a uno Stato, il che rende il rischio di default (cioè, che l’emittente non riesca a ripagare il debito) statisticamente basso, soprattutto se parliamo di mercati sviluppati. È un po’ come prestare denaro al vecchio zio Giovanni, in pensione da qualche anno dopo una vita passata a fare il contabile: è quasi certo che ti ripagherà!

Le obbligazioni del secondo tipo vengono chiamate corporate, perché sono emesse da aziende. Visto che comportano un rischio maggiore, offrono rendimenti mediamente più elevati rispetto a quelle governative. È più probabile che possano fallire o, comunque, attraversare momenti di difficoltà, rendendo incerta la capacità di ripagare il debito.

Altra distinzione fondamentale tra le due tipologie riguarda l’aspetto fiscale. Mentre le governative sono tassate al 12,5% le corporate sono tassate al 26%. In entrambi i casi l’aliquota si applica sia al flusso cedolare, sia all’eventuale capital gain.

Cosa puoi fare per me?

Ma arriviamo al dunque: quali sono i benefici che questi strumenti possono apportare alle nostre tasche?

Senza dubbio, un aspetto molto interessante è la loro stabilità. Ricordi quello che abbiamo detto nell’articolo 5 parlando delle azioni? Possono incorrere in forti oscillazioni, soprattutto perché il loro valore dipende da un mix di fattori per loro natura altamente volatili. Fattori che, invece, non ritroviamo nel mondo delle obbligazioni. Non che anche qui non ci siano fluttuazioni, ma generalmente più contenute rispetto all’asset class regina. Abbiamo visto, infatti, che il pagamento deve avvenire a prescindere dall’andamento del business, solo per il fatto di aver preso denaro in prestito a determinate condizioni. In altre parole, considerando un prestito obbligazionario di 5 anni a tasso fisso, la remunerazione di chi detiene un titolo di debito rimane costante (pagamento delle cedole) in un periodo in cui, al contrario, il valore di un’azione può variare in maniera considerevole (in conseguenza, ad es., della pubblicazione di risultati economici, previsioni future sull’andamento del settore, ecc.).

Sono poi strumenti fondamentali per diversificare il portafoglio. Anzi, in questa prospettiva, sarebbe più corretto dire che sono l’alterego delle azioni: non solo offrono caratteristiche differenti, ma anche un buon grado di decorrelazione. Cosa vuol dire questo? Tanto per cambiare, spieghiamolo con un breve esempio. Prendiamo due aziende, una, la Schermati SPA, produce occhiali da sole e l’altra, la Asciutti SPA, produce ombrelli. Siamo a fine primavera e i meteorologi prevedono un’estate infuocata con sole costante. Le entrate della Schermati SPA iniziano velocemente a crescere, sempre più persone non possono fare a meno di comprare un paio di nuovi occhiali da sole. Nel frattempo, senza nemmeno una goccia di pioggia all’orizzonte, la Asciutti SPA si trova in una situazione opposta; poco fatturato e produzione al minimo. I mesi passano e arriviamo a ottobre, il bel tempo costante dell’estate è ormai già un lontano ricordo. Le temperature diminuiscono, iniziano le prime precipitazioni. Le previsioni dicono che si tratterà di uno degli inverni più piovosi degli ultimi 50 anni. Ed è così che il giro d’affari della Asciutti SPA comincia ad allargarsi a dismisura, mentre alla Schermati SPA il lavoro diminuisce drasticamente.

Ora ti è più chiaro cosa vuol dire decorrelazione? I due business del nostro esempio lo sono fortemente: quando uno sale, l’altro scende e viceversa. Naturalmente ci sono diversi gradi di decorrelazione. Può essere più blanda, oppure può non esserci proprio, come quando tra due fattori sussiste piuttosto correlazione, ovvero, si muovono nella stessa direzione.

In altre parole, per sintetizzare quanto sin qui detto, le obbligazioni apportano maggior stabilità al valore del portafoglio, anche perché hanno un certo grado di decorrelazione con le azioni. Questa, a dirla tutta, è una conclusione semplificata. Non sempre le obbligazioni si comportano esattamente in questo modo. Ma senza dilungarci troppo su questo punto, diciamo che, a patto di considerare un lasso di tempo abbastanza lungo, questa regola è una buona approssimazione di quello che accade.

Conclusione

Sin qui abbiamo parlato di cosa sono le obbligazioni e come funzionano. Abbiamo visto che si tratta di titoli di debito emessi da enti pubblici o aziende private, attraverso i quali gli investitori diventano creditori e ricevono interessi periodici chiamati cedole. Abbiamo esplorato le diverse tipologie, come quelle a tasso fisso, variabile e zero coupon.

Abbiamo poi discusso dei benefici che possono apportare a un portafoglio d’investimento. In particolare, abbiamo visto come offrano maggiore stabilità e prevedibilità rispetto alle azioni, contribuendo alla diversificazione anche grazie alla decorrelazione.

Nella seconda parte esploreremo invece i rischi associati a questi strumenti, con simulazioni che ti faranno comprendere nel dettaglio a cosa dobbiamo fare attenzione.

Stay tuned!

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