13. Nassim Nicholas Taleb, l’antifragilità come chiave di lettura dei mercati

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13–20 minuti

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  1. Introduzione
  2. Non è americano
  3. Principali creature
  4. Le idee geniali
  5. C’è chi non la pensa così
  6. Tutto interessante, ma concretamente?
  7. Conclusione

Introduzione

Caro appassionato di finanza personale ben ritrovato. Oggi non vorrei parlarti di un argomento nello specifico, ma piuttosto di un personaggio molto particolare. Un’intelligenza raffinata che possiede quel raro superpotere consistente nel guardare ai vecchi problemi in modi del tutto nuovi. E in questo momento di valutazioni elevate e quotazioni che sembrano non smettere mai di crescere, la sua originale prospettiva può, quantomeno, indurci a qualche utile riflessione.

Nassim Nicholas Taleb è un nome che, negli ultimi due decenni, ricorre spesso quando si parla di finanza, gestione del rischio e teoria della probabilità. Molti operatori di borsa lo considerano una voce fuori dal coro, mentre diversi accademici ne riconoscono l’influenza sulla moderna teoria degli eventi estremi. Incontrando per la prima volta le sue idee, ci si trova di fronte a una filosofia pragmatica e pungente, che mescola riflessioni sulla casualità e sui crolli di mercato con acute osservazioni sulla natura umana. In un contesto globale dove l’imprevisto ricorre con estrema frequenza (come dimostrano le crisi finanziarie o i disastri naturali), l’approccio di Taleb continua ad attrarre l’attenzione sia degli investitori, sia degli studiosi di scienze sociali.

Le sue riflessioni hanno preso forma soprattutto dopo anni trascorsi nei centri finanziari di New York e Chicago, dove le regole della matematica appaiono talvolta in contrasto con le dinamiche reali dei mercati. Gli analisti tradizionali tendono a semplificare i rischi di crollo o i salti di volatilità, confidando in modelli probabilistici che, secondo Taleb, non tengono conto di eventi altamente improbabili e devastanti. Come afferma l’autore in diverse interviste, la “poesia del cigno nero” non si limita solo a descrivere un episodio raro, ma ci ricorda anche quanto l’ignoto sia più ampio di ciò che siamo disposti ad ammettere.

Secondo un’indagine pubblicata su “The Journal of Portfolio Management” (2018), un numero crescente di asset manager sta integrando i concetti di Taleb per migliorare la protezione dai crolli, adottando strategie di copertura che esulano dai semplici calcoli di correlazione passata. La filosofia di Taleb, che tende a mettere l’accento sul fattore umano e sulle imperfezioni insite nei modelli, si rivela una voce controcorrente in un panorama dominato da formule e statistiche.

Se ti avvicini per la prima volta a questo eclettico personaggio, preparati a riconsiderare le certezze su cui si basa gran parte della teoria classica. E non stupirti se avverti il bisogno di correggere alcune convinzioni pregresse sui mercati, sull’economia o persino sulla quotidianità stessa. Taleb insiste sul fatto che tutto sia più fragile di quanto ci piaccia ammettere, e che “costruire intelligenza” intorno all’incertezza sia, oggi, una competenza fondamentale.

Non è americano

Nassim Nicholas Taleb nasce nel 1960 ad Amioun, in Libano, in una famiglia che ha radici nella comunità greco-ortodossa. La sua prima infanzia trascorre relativamente tranquilla, ma viene presto scossa dalle tensioni che sfociano nella guerra civile libanese, scoppiata nel 1975. L’istruzione in college francesi e poi la successiva scelta di trasferirsi negli Stati Uniti rappresentano un percorso di crescita che lo porta a confrontarsi con la volatilità geopolitica fin dalla più tenera età.

Taleb studia scienze economiche alla University of Paris e ottiene poi un MBA alla Wharton School della University of Pennsylvania, per proseguire con un dottorato in Management Science all’Università di Parigi (Dauphine). Questa base accademica, ampia e internazionale, lo instrada a Wall Street come trader, specializzandosi in opzioni finanziarie e prodotti derivati. Lavora per diverse banche d’investimento, tra cui UBS, e ricopre incarichi di alto livello in hedge fund statunitensi.

Verso la fine degli anni Novanta, decide di dedicare più tempo alla ricerca teorica. Entra in contatto con alcuni dei maggiori pensatori nel campo della statistica e dell’economia del rischio, mentre entra anche alla New York University come professore. Oggi insegna ingegneria del rischio e analisi dei derivati, e appare spesso come conferenziere. Le sue lezioni e i suoi corsi sono seguiti non solo da studenti di finanza, ma anche da manager e dirigenti d’azienda, desiderosi di apprendere una lettura diversa dell’incertezza.

Un passaggio importante nella sua carriera avviene tra il 2007 e il 2008, quando la crisi dei mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers impongono uno shock sistemico ai mercati globali. Taleb diventa in quel periodo una delle voci più ascoltate: in diverse interviste rilasciate alla CNBC e alla BBC, sottolinea come il crack sia esattamente l’esempio di un cigno nero, ossia un evento imprevedibile e radicale che travolge i sistemi finanziari tradizionali. Questo interesse mediatico lo consacra come un intellettuale di riferimento, non solo nella finanza ma anche nell’opinione pubblica, desiderosa di comprendere come possa verificarsi un collasso di tale portata. Da quel momento, la sua popolarità cresce e la sua figura si consolida come un autorevole studioso della casualità.

Principali creature

Il libro che segna la svolta nella vita intellettuale di Taleb è “Fooled by Randomness” (2001). In italiano “Giocati dal caso”. È il primo saggio in cui l’autore delinea le sue riflessioni sulla fallacia di chi crede di “controllare” gli eventi e sulla pericolosità di sovrastimare le proprie abilità. Con uno stile narrativo che alterna aneddoti personali e concetti di probabilità, Taleb mette in luce come il caso si manifesti nell’esperienza quotidiana e si faccia beffe delle previsioni, soprattutto in campo finanziario.

Il suo lavoro più noto, “The Black Swan” (2007), viene pubblicato poco prima che la crisi finanziaria globale del 2008 sconvolga i mercati. Qui Taleb illustra in modo ampio la teoria del cigno nero, indicando quegli eventi ad altissimo impatto e bassissima probabilità, troppo spesso ignorati dalle istituzioni e dai singoli operatori. Il libro vende milioni di copie ed è segnalato dal “Sunday Times” come uno dei testi più influenti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Molti analisti lo consultano come un manuale di sopravvivenza alle catastrofi finanziarie, ma Taleb preferisce considerarlo un monito per allenare la società a un nuovo modo di pensare l’ignoto.

Un ulteriore sviluppo del pensiero di Taleb viene presentato in “Antifragile: Things That Gain from Disorder” (2012). Qui l’autore introduce il concetto di antifragilità, cioè la capacità di alcuni sistemi di trarre vantaggio da shock e turbolenze. A differenza della resilienza, che punta alla mera sopravvivenza, l’antifragilità aspira a uscire migliorati da un evento traumatico. Ciò si applica non solo ai mercati, ma anche all’economia, all’ambiente e persino alla salute personale (come spiegato nel capitolo in cui Taleb narra la sua passione per l’allenamento con carichi intermittenti e brevi digiuni che, secondo lui, rendono il corpo più forte).

L’ultimo testo di grande richiamo è “Skin in the Game” (2018). In questo saggio, Taleb si sofferma sul principio che coloro che prendono decisioni debbano farsi carico dei rischi connessi. Se un banchiere costruisce un pacchetto di derivati altamente pericolosi, poi non deve poter uscire indenne dal crollo, ma dovrebbe patirne anche le conseguenze economiche. Taleb sostiene che la mancanza di “skin in the game” spinga manager e professionisti a prendere rischi eccessivi, distorcendo l’intero sistema finanziario. È un concetto che ha influenzato anche il dibattito politico: alcuni think tank internazionali hanno preso spunto da questo principio per proporre regolamentazioni più rigide sui compensi variabili del top management.

Le idee geniali

Le idee di Taleb ruotano intorno a una critica piuttosto radicale delle teorie finanziarie tradizionali, fondate su ipotesi di normalità e prevedibilità dei mercati. Tra i concetti chiave del suo pensiero, il primo è la casualità, che Taleb descrive come una forza dirompente che gli esseri umani cercano invano di incasellare entro rigidi schemi. Secondo lui, la storia è dominata da eventi fuori scala, troppo grandi o troppo rari per essere catturati dai modelli.

Il secondo pilastro è l’antifragilità. Con questo termine, egli intende sottolineare la differenza tra una struttura robusta, che resiste alle perturbazioni ma rischia di collassare in seguito a un evento ancor più estremo, e una struttura antifragile, che invece migliora grazie al caos. Pensa al settore della ristorazione ad esempio. È composto in gran parte da un numero enorme di piccole-medie attività che concorrono su mercati territorialmente limitati. Qualcuna di queste dura anche per generazioni, ma la maggior parte ha vita molto più breve. Magari, dopo qualche anno di lavoro lottando per rimanere a galla, l’azienda viene ceduta o, peggio ancora, chiusa definitivamente. Google stessa si è dovuta adattare a questa inevitabile dinamica, lasciando traccia dei ristoranti cessati, con tanto di apposito alert per informare l’inconsapevole avventore. I singoli ristoranti sono entità fragili, mentre il sistema “ristorazione” è antifragile. Non è legato alla sorte di nessuna delle piccole entità che lo compongono. Al contrario, seguendo un processo evolutivo che potremmo definire darwiniano, si rinnova costantemente, anche mediante l’eliminazione delle componenti inadatte alla prosecuzione del sistema. Così come fa madrenatura.

Un terzo aspetto essenziale è l’idea che occorra una “pelle in gioco” per ridurre i comportamenti opportunistici. Taleb ha spesso biasimato i banchieri centrali o i dirigenti di grandi colossi finanziari per l’assenza di questa responsabilità personale. Quando i meccanismi di mercato offrono profitti privati e potenziali perdite “scaricate” su altri (per esempio sugli azionisti o sui contribuenti), si alimenta un sistema fragile, pronto a crollare al primo evento sfavorevole.

Accanto a queste tematiche, Taleb non nasconde un certo scetticismo verso l’accademismo fine a se stesso. Insiste spesso sul pericolo di una matematica sofisticata, incapace però di spiegare compiutamente la realtà. Lo ribadisce anche in alcune sue pubblicazioni, sostenendo che, in finanza, troppi ricercatori sono vittime del cosiddetto “data snooping”, ossia dello scavare nei dati per estrarre correlazioni fittizie. Questo approccio, per Taleb, aumenta il rischio di sorprese devastanti non appena si esce dalle ipotesi di base.

Infine, due nozioni strettamente legate al suo pensiero sono l’opzionalità e l’asimmetria. L’opzionalità indica la capacità di sfruttare scelte che hanno un rischio limitato (o almeno chiaramente definito) rispetto al potenziale di guadagno, proprio come accade con le opzioni finanziarie. Una perdita massima piccola e un potenziale di profitto molto più grande. L’asimmetria, d’altra parte, si riferisce proprio allo sbilanciamento tra il costo iniziale dell’esposizione e il ritorno potenziale, specialmente in presenza di eventi estremi. Quando ci si posiziona in modo da rischiare poco ma da poter guadagnare molto, si crea uno scenario in cui l’errore è sopportabile, mentre l’eventuale successo può assumere proporzioni esponenziali. È un principio che entra in gioco non solo in finanza, ma anche in qualsiasi strategia decisionale dove si abbia la possibilità di beneficiare dello scarto tra rischio apparente e opportunità reale.

C’è chi non la pensa così

Taleb non è certamente un personaggio che cerca di essere diplomatico. Il suo stile, spesso provocatorio e a tratti pungente, gli ha attirato diverse critiche all’interno del mondo accademico. Alcuni professori di economia, come l’eminente esperto di finanza Eugene Fama, hanno sollevato dubbi sulla reale portata del concetto di “cigno nero”, sostenendo che gli eventi rari siano già inclusi nei modelli statistici più sofisticati. In altre parole, secondo alcuni detrattori, Taleb enfatizza il carattere eccezionale di certi shock, mentre la teoria economica tradizionale li inquadra per l’appunto come le code di una distribuzione probabilistica.

Anche il concetto di antifragilità è stato contestato da alcuni scienziati e divulgatori, come Steven Pinker, che ritengono il termine più un espediente retorico che una teoria matematica rigorosa. Pinker sottolinea che l’evoluzione di un organismo vivente può essere considerata antifragile in un senso biologico, ma applicare indiscriminatamente il medesimo concetto all’economia potrebbe non avere una base empirica solida.

Un altro aspetto di Taleb che suscita perplessità è la sua tendenza a deridere pubblicamente le posizioni di colleghi e personaggi pubblici. I suoi tweet, spesso sarcastici, hanno preso di mira premi Nobel e influencer del mondo della finanza. Questo atteggiamento diretto e polemico, se da un lato gli ha garantito un seguito di fan che apprezzano la sua onestà intellettuale, dall’altro ha creato un solco piuttosto netto con le istituzioni accademiche più tradizionali.

Va ricordato, comunque, che l’ostilità verso Taleb a volte nasce proprio dall’impatto provocatorio delle sue idee: chi difende le teorie tradizionali, difende in fondo anche la propria reputazione. Taleb, che si definisce un empirista radicale, risponde che la resistenza è fisiologica quando si mettono in discussione pilastri teorici consolidati. E aggiunge che, in finanza, ciò che conta è la prova di mercato. Secondo alcuni hedge fund manager, i principi ispirati al suo lavoro (come la gestione “a bilanciere” di cui parleremo tra poco) hanno funzionato durante shock finanziari recenti.

Tutto interessante, ma concretamente?

Le tesi di Taleb non si limitano a una critica teorica dei modelli tradizionali, ma includono suggerimenti operativi che mirano a preservare e addirittura a valorizzare il capitale in presenza di shock estremi. In un mondo dove gli operatori si sono abituati a ragionare con distribuzioni gaussiane, Taleb propone un ribaltamento di prospettiva, insistendo sull’adozione di strategie che possano trarre vantaggio dalla comparsa – più frequente di quanto si creda – di eventi fuori scala.

L’idea centrale è quella di organizzare un portafoglio “antifragile” mediante la nota strategia a bilanciere, allocando la quota più ampia del capitale in attività considerate ultra-sicure e destinando una porzione minore (ma comunque significativa) a posizioni capaci di generare ritorni elevatissimi nei momenti di turbolenza. In pratica, l’investitore che si ispira a Taleb compone la parte principale in titoli di Stato a scadenza breve o in strumenti monetari, riducendo al minimo la volatilità ordinaria. Nel lato opposto del bilanciere, si comprano opzioni, preferibilmente put out of the money, su indici azionari o su singoli asset particolarmente esposti alla volatilità. Questa scommessa sul “cambio di stato” del mercato risulta costosa se si prolunga una fase di stabilità, ma può fare la differenza nelle crisi sistemiche, come la stagione 2008-2009 e i crolli successivi, quando l’esplosione dei premi sulle opzioni finisce per compensare ampiamente le perdite potenziali.

Proprio l’opzionalità e la ricerca dell’asimmetria positiva sono i motori essenziali di questa strategia. L’opzionalità conferisce il diritto (ma non l’obbligo) di sfruttare un movimento estremo del mercato: il rischio è limitato al premio pagato, mentre il guadagno può rivelarsi di gran lunga superiore all’investimento iniziale. Ne consegue un profilo di payoff che, in periodi di normalità, appare sfavorevole (costi continui per mantenere le opzioni), ma che si ribalta completamente quando i mercati collassano. Questo crea un’asimmetria in cui la perdita è contenuta e il potenziale profitto, in caso di crolli, è molto elevato. Taleb insiste sul fatto che tale squilibrio, se ben gestito, protegge il portafoglio e può persino farlo prosperare nelle fasi in cui gli altri operatori subiscono i maggiori drawdown.

Il senso di questa configurazione non è solo quello di guadagnare nei momenti di panico. Ma soprattutto di limitare il rischio esistenziale del portafoglio, tenendo bassa la correlazione con il mercato azionario e, al tempo stesso, cogliendo l’effetto leva che si manifesta quando l’incertezza e la paura dilagano. Ciò impone una disciplina di gestione che Taleb ritiene carente nelle istituzioni più grandi, spesso vincolate a normative rigide o, peggio, indotte a “camuffare” il rischio vero dietro calcoli complessi. Chi costruisce invece un portafoglio in linea con le idee di Taleb dovrebbe essere pronto a rinunciare a rendimenti elevati in anni di calma, accettando una sorta di assicurazione implicita contro i crack finanziari. Il portafoglio, nella visione dell’autore, resta liquido e poco scosso nelle fasi di normalità, ma ha un potenziale esplosivo durante le crisi, quando gli altri investitori subiscono drawdown drammatici.

Negli ultimi anni, la tesi del bilanciere ha ricevuto attenzione anche presso alcuni hedge fund specializzati in “tail risk hedging”. Questi fondi comprano protezioni deep out of the money, in attesa che il mercato subisca sbandate improvvise, e sostengono un costo se le quotazioni non crollano, ma si assicurano potenziali guadagni elevati in caso di collassi repentini. È un modello di business quasi antitetico a quello dei grandi fondi passivi, che puntano a replicare indici di mercato a basso costo. Il baricentro di tutto rimane la gestione dell’incertezza, piuttosto che la spasmodica ricerca di performance lineari. Taleb non respinge la matematica in sé, ma denuncia l’abuso di formule che filtrano solo la superficie dei fenomeni, trascurando quelle code della distribuzione in cui, paradossalmente, si concentra gran parte del rischio sistemico.

Applicare le idee di Taleb non significa dunque ignorare la finanza classica, ma riconoscere l’incompletezza dei tradizionali modelli di pricing e di controllo della volatilità. L’approccio barbell, o qualsiasi variante concepita per monetizzare gli shock, costituisce una sfida aperta alle certezze di coloro che vedono i mercati come un processo stabile. Ancora oggi, molti gestori ritengono eccessivo allocare una quota significativa del portafoglio in opzioni destinate a perdere valore in assenza di un crollo. Altri si spingono oltre, cercando soluzioni alternative, come l’acquisto di protezioni su valute o su materie prime, sempre mantenendo un’ampia porzione in titoli a rischio minimo.

Ciò che emerge, in definitiva, è una sorta di “collaudo permanente” della tenuta del portafoglio contro minacce estreme. Quando la scommessa paga, i guadagni possono risultare clamorosi. Nei periodi di sostanziale stabilità, invece, la costante erosione delle opzioni pesa sul risultato finale, penalizzando la strategia rispetto ad asset allocation più tradizionali. Tuttavia, nella visione di Taleb, la differenza cruciale sta nel sopravvivere o addirittura prosperare quando tutti gli altri affondano. In un settore come quello finanziario, in cui il concetto di rischio appare spesso manipolato o semplificato, propone un ritorno alla consapevolezza che, con eventi rari, la protezione ordinaria è raramente sufficiente. E proprio per questo motivo invita chiunque a chiedersi se sia disposto a convivere con un modello che funziona bene finché tutto va liscio, ma che potrebbe rivelarsi drammaticamente fragile il giorno in cui si manifesta un cigno nero.

Conclusione

Nassim Nicholas Taleb rappresenta una figura singolare. È un trader divenuto professore, un filosofo della probabilità che non risparmia critiche severe ai suoi stessi colleghi. Un fervido sostenitore della necessità di coltivare un pensiero più umile di fronte all’ignoto. La sua influenza si fa sentire non solo sul piano finanziario, ma anche nella cultura manageriale e persino nella politica, dove il concetto di “skin in the game” ispira dibattiti sulle responsabilità di chi detiene il potere.

L’attenzione di Taleb per l’incertezza risponde a un’esigenza sempre più avvertita in un contesto globale che, dopo la crisi del 2008, si è trovato a fronteggiare nuove sfide: la pandemia, le tensioni geopolitiche, il cambiamento climatico. In ciascuno di questi ambiti si ravvisa l’importanza di un approccio che sappia accettare la fragilità dei sistemi e, anzi, trasformarla in un’opportunità. Il messaggio finale che Taleb ci lascia è proprio questo. Essere consapevoli dei nostri limiti, includendo la variabile imprevisto nel nostro orizzonte di analisi e costruendo strutture che possano persino trarre vantaggio dalla turbolenza.

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