16. Perché ogni portafoglio ha bisogno di maggiore resilienza attraverso la diversificazione

Disclaimer: i contenuti hanno finalità informativa generale e non costituiscono raccomandazioni e/o consigli personalizzati. Investire comporta rischi di perdita.

13–20 minuti

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  1. Introduzione
  2. Non tutto è uguale
  3. Meglio così
  4. Come fare non tutto uguale
  5. In pratica?
  6. Sempre vigili!
  7. Conclusione

Introduzione

La diversificazione rientra tra i temi più discussi nel mondo degli investimenti. Ciononostante, è anche uno dei concetti più spesso travisati o, talvolta, addirittura trascurati. Si sente parlare di diversificazione in quasi ogni contesto finanziario, da chi investe in immobili a chi lo fa in asset più complessi. La percezione comune rimanda subito all’idea di investire in più strumenti per ridurre il rischio, un’interpretazione corretta ma parziale. In realtà, la diversificazione rappresenta un metodo organico per costruire un portafoglio che possa reagire in modo ottimale alle fluttuazioni dei mercati e, allo stesso tempo, sfruttare le opportunità che si presentano in momenti inattesi. La prospettiva tradizionale guarda a un insieme di investimenti distribuiti su diverse classi di asset come una sorta di assicurazione contro il rischio di volatilità estrema, ma gli investitori più esperti sanno che esistono ulteriori vantaggi. Prima di approfondire però, è utile fissare un punto: non si tratta di una formula magica per garantire profitti in qualsiasi condizione di mercato, ma di un principio cardine che aumenta la probabilità di ottenere rendimenti soddisfacenti e, nello stesso tempo, di conservare il capitale nel lungo periodo.

L’importanza della diversificazione trova riscontro in numerose ricerche accademiche e analisi di mercato. Un autorevole studio dell’International Monetary Fund sottolinea come un portafoglio ben bilanciato mostri una minore volatilità, specialmente nei periodi di maggiore instabilità economica. L’evoluzione dei mercati finanziari ha reso evidente che la concentrazione degli investimenti in pochi settori, nella speranza di ottenere profitti rapidi, spesso ha portato a perdite considerevoli nei momenti di crisi. Il caso più emblematico risale alla bolla delle dot-com tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila: gli investitori che avevano puntato tutto su internet e tecnologia, senza un’adeguata compensazione in altri settori o in asset più stabili, furono travolti dal crollo dei titoli tecnologici. Analogamente, durante la crisi finanziaria del 2008, chi non aveva un portafoglio sufficientemente variegato in titoli di Stato, materie prime o immobili, vide erodersi in modo drastico il proprio patrimonio.

Nonostante questi episodi siano oramai noti e ampiamente documentati, vi è ancora un certo numero di investitori, inclusi alcuni con esperienza, che ignorano l’importanza di una strategia di investimenti più ampia. Una spiegazione si può trovare nell’eccesso di sicurezza, fenomeno psicologico che induce a credere di essere in grado di prevedere con un ragionevole margine di certezza l’andamento futuro di determinati titoli o di un intero mercato. In realtà, la storia insegna che le variabili in gioco sono tante e spesso imprevedibili. C’è la geopolitica, ci sono le politiche monetarie delle banche centrali e c’è anche la psicologia collettiva, spesso alimentata da ondate di ottimismo o panico. Questi sono fattori che sfuggono al controllo del singolo investitore, anche di quello più navigato. Da qui emerge il significato più ampio della diversificazione: non solo una difesa dai crolli improvvisi, ma anche un sistema per partecipare alle opportunità di crescita che si manifestano in settori e regioni geografiche diverse.

La spinta verso un portafoglio diversificato non è dettata da un imperativo teorico, bensì da un principio statistico ed economico. Non si vuole demonizzare la concentrazione in singoli titoli, soprattutto quando l’investitore si ritiene ben informato o si sente particolarmente vicino a un determinato mercato. È però importante ricordare che, in un contesto globale sempre più interconnesso, i rischi di contagio finanziario e di shock esterni sono aumentati. Da qui la necessità di approfondire in modo strutturato cosa significhi davvero diversificare e come questa strategia possa migliorare la qualità del proprio portafoglio, oggi e in futuro.

Non tutto è uguale

La definizione classica spiega la diversificazione come la ripartizione del capitale in diverse tipologie di investimenti, con l’obiettivo di ridurre il rischio complessivo del portafoglio. Questa spiegazione, pur corretta, non rende sempre l’idea della complessità che si cela dietro il concetto. Parlare di “diverse tipologie di investimenti” può significare includere azioni di società con capitalizzazioni di mercato differenti, obbligazioni societarie e governative con differenti scadenze, quote di fondi comuni. O, ancora, ETF che replicano indici, materie prime come oro e petrolio, valute estere e persino asset più sofisticati come real estate investment trusts o strumenti derivati utilizzati in modo prudente. L’obiettivo resta quello di mitigare gli effetti negativi derivanti dal cattivo andamento di un singolo titolo o settore, così da non compromettere l’intero patrimonio dell’investitore.

Esistono, però, diverse sfumature che è bene conoscere. Non basta investire in società diverse, se poi appartengono tutte allo stesso ramo industriale. L’investitore che acquista solo azioni di banche o compagnie assicurative, pur differenziando nominalmente i titoli, concentra comunque il proprio rischio in un unico settore. Lo stesso discorso vale quando si sceglie di puntare su aziende di un solo Paese, soprattutto in contesti finanziari piccoli o emergenti. In tali casi, il rischio specifico di quell’area geografica – che può essere di tipo politico, valutario o legato alle normative vigenti – influisce su tutti gli investimenti in modo analogo. A tal proposito, un report della European Securities and Markets Authority sottolinea come la globalizzazione dei mercati abbia incrementato i rischi di correlazione tra asset di regioni diverse, pur rimanendo sempre consigliabile differenziare anche su base geografica.

Da questa prospettiva, la diversificazione può essere vista come un mosaico dove i tasselli sono le diverse categorie d’investimento e, all’interno di esse, stanno i singoli titoli. L’investitore punta a creare un disegno complessivo capace di reggere urti localizzati, senza compromettere l’intero quadro. L’efficacia di questa strategia si misura osservando la correlazione tra gli strumenti scelti. Se due titoli mostrano un’alta correlazione – per esempio, due società che competono nello stesso settore – si rischia di avere un portafoglio poco diversificato, anche se nominalmente i titoli sono diversi. Al contrario, selezionare strumenti che si muovono in modo indipendente, magari una piccola quota di oro e una selezione di obbligazioni governative, può fornire un cuscinetto in periodi di turbolenza. Non è un processo che si improvvisa, ma implica uno studio attento del contesto macroeconomico e dei trend settoriali.

L’ampia gamma di strumenti presenti oggi sui mercati rende la diversificazione molto più accessibile di quanto non fosse venti o trent’anni fa, quando gli investitori privati avevano meno opzioni e dovevano sostenere costi elevati per negoziare titoli di altri Paesi. L’avvento delle piattaforme di trading online, la diffusione degli ETF e l’espansione dell’offerta di fondi indicizzati hanno aperto la strada a possibilità che, fino a poco tempo fa, erano prerogativa di grandi investitori istituzionali o di chi aveva un capitale molto ingente. Nella pratica, si è assistito a un notevole allargamento della platea di investitori in grado di costruire portafogli multi-asset, su scala internazionale e con una composizione equilibrata. Tuttavia, resta fondamentale affrontare la diversificazione con la giusta consapevolezza, valutando gli obiettivi di lungo periodo e la propria propensione al rischio.

Meglio così

Il valore della diversificazione emerge chiaramente quando il contesto economico subisce scossoni imprevisti. È sufficiente riportare alla memoria la rapidità con cui si sono diffusi gli effetti delle tensioni commerciali tra le principali potenze mondiali o, ancora più recentemente, lo shock globale derivante dalla pandemia. Questi eventi di grande portata hanno avuto ripercussioni su tutte le borse del mondo, sebbene in misure e con tempistiche diverse. Gli investitori che avevano costruito un portafoglio concentrato in pochi asset, magari correlati tra loro, si sono trovati esposti a oscillazioni molto violente. Al contrario, chi aveva adottato una strategia diversificata – non solo in termini di settori e geografie, ma anche di tipologia di strumenti – ha potuto sfruttare quelle aree che hanno retto meglio l’urto, compensando almeno in parte le perdite derivanti da comparti più colpiti.

Da un punto di vista strettamente numerico, la diversificazione tende a ridurre la volatilità del portafoglio. Più strumenti non correlati tra loro si aggiungono, minore è la possibilità che tutti i titoli subiscano un calo contestuale. Lo scopo non è quello di azzerare il rischio, perché sarebbe impossibile, ma di mantenerlo entro limiti che l’investitore ritiene sostenibili, in linea con il proprio orizzonte temporale e le proprie esigenze di liquidità. Una ricerca della Banca d’Italia segnala che i portafogli ben diversificati hanno generalmente retto meglio i forti scossoni degli ultimi vent’anni, con rendimenti che, nel lungo periodo, si sono mostrati più stabili rispetto a soluzioni eccessivamente specializzate. L’analisi si basa sul confronto tra portafogli modello composti da diverse asset class, dove si è notato come una maggiore varietà di strumenti permetta di mantenere un livello di rischio più contenuto e un andamento dei rendimenti meno soggetto a shock di breve termine.

La diversificazione è importante anche per un altro motivo che spesso non viene considerato: la riduzione del rischio psicologico. Chi investe il proprio denaro in un numero limitato di titoli è maggiormente soggetto a stress e timori, soprattutto quando il mercato si muove in maniera contraria alle aspettative. Un portafoglio ben diversificato favorisce, invece, un’interpretazione più serena degli eventi e riduce la tentazione di cedere al panico in caso di turbolenze. Non è un aspetto secondario, dato che le scelte irrazionali in finanza sono spesso la principale causa di perdite elevate, come suggerisce Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia, nei suoi studi sulla finanza comportamentale.

Come fare non tutto uguale

Parlare di strategie di diversificazione significa considerare un insieme di metodologie che vanno dalla ripartizione di base del capitale in azioni, obbligazioni e liquidità, fino ad arrivare a soluzioni più avanzate. Alcuni investitori scelgono di diversificare includendo valute estere e materie prime, altri preferiscono inserire quote di immobili o di investimenti in private equity, pur consapevoli dei rischi più elevati e dei minori livelli di liquidità. Altri ancora puntano a mantenere una quota di riserva in strumenti monetari, ritenuti a basso rischio. Ciascuno stabilisce un equilibrio personale tra rischio e rendimento atteso, nella consapevolezza che non esiste un asset perfetto e che ogni soluzione comporta vantaggi e svantaggi.

La gestione passiva attraverso ETF rappresenta una strategia ormai molto diffusa per diversificare in modo efficace. Gli ETF, che replicano indici di mercato, consentono di investire in un intero paniere di titoli con un’unica operazione, riducendo i costi di transazione. È possibile trovare ETF specializzati in settori specifici come tecnologia, farmaceutico o energie rinnovabili, ma anche strumenti più generici che puntano a mercati globali o regionali. Questa varietà facilita la costruzione di un portafoglio multi-asset, in cui il peso di ciascun comparto viene regolato in base agli obiettivi e alla propensione al rischio di chi investe. Secondo un report di Morningstar, il mercato degli ETF ha visto una crescita esponenziale nell’ultimo decennio, offrendo oggi migliaia di prodotti anche agli investitori retail.

Un’altra strategia di diversificazione si basa sulla cosiddetta “allocazione del rischio”. Invece di ripartire il capitale tra diverse asset class, si considerano i contributi al rischio di ogni singola categoria. In questo modo si cerca di evitare che un solo settore o un singolo titolo possa incidere in maniera eccessiva sulla volatilità complessiva del portafoglio. Questa logica è utilizzata da molti hedge fund e istituzionali, che puntano a mantenere una volatilità omogenea tra le varie posizioni, bilanciando periodicamente il rischio.

Non bisogna però cadere nella trappola di ritenere la diversificazione una certezza matematica di guadagno. È una strategia di mitigazione del rischio e di ottimizzazione del rendimento potenziale. Le ricerche e le analisi empiriche dimostrano che un portafoglio diversificato tende a ottenere risultati più costanti nel tempo, soprattutto quando i mercati attraversano fasi turbolente. Scegliere la giusta strategia comporta lo studio delle prospettive macroeconomiche, l’analisi dei fondamentali e la consapevolezza delle correlazioni esistenti tra i diversi strumenti. È un processo in continua evoluzione, che richiede aggiornamenti regolari sulla situazione globale.

In pratica?

Per avvicinare il concetto di diversificazione all’esperienza concreta di chi investe, vale la pena immaginare il caso di un portafoglio iniziale composto esclusivamente da azioni di grandi multinazionali statunitensi. È uno scenario più comune di quanto si pensi, perché molti investitori ritengono tali titoli più noti e più facilmente analizzabili. Nel breve periodo, se il mercato statunitense vive una fase come quella attuale, quel portafoglio può mostrare rendimenti robusti. Ma basta un rallentamento dell’economia americana, un intervento della Federal Reserve sui tassi di interesse o uno shock geopolitico che impatti l’export di quelle stesse multinazionali, per causare una forte correzione delle quotazioni. Avere un paniere di titoli più ampio come accade per gli indici, diversificare i mercati dal punto di vista geografico, o, ancora, inserire una parte più o meno ampia di obbligazioni sono tutti interventi in grado di stabilizzare il portafoglio in contesti di mercato negativi.

Un altro esempio riguarda chi si sente particolarmente esperto nel settore tecnologico e decide di puntare su società di software e hardware con ottime prospettive di sviluppo. Questo tipo di concentrazione può essere vincente se il settore continua a performare bene, ma espone a rischi notevoli in caso di una correzione specifica del settore, come successo in più occasioni nella storia dei mercati azionari.

Per capirlo meglio, ricorriamo a un backtest specifico confrontando due portafogli: uno, azionario, totalmente allocato sul Nasdaq 100, l’altro, misto, con 50% Nasdaq 100, 30% obbligazioni a medio termine (il tool utilizza solo asset Usd) e 20% oro. Questo il risultato della simulazione su 10 anni (2015-2024):

Il saldo finale va indubbiamente a favore del portafoglio più aggressivo nel periodo di tempo considerato, ma questa è solo una parte della storia. Se infatti verifichiamo anche il maggior drawdown e il rapporto di Sharpe emergono altre importanti informazioni. Lungo il percorso il secondo è incorso in una perdita massima del 21% ca. a fronte del 34% ca. del primo. Non solo: rapportando rendimenti e varianza il portafoglio diversificato è migliore di 0,05. E se consideriamo Sortino (che limita questo confronto alla parte di varianza negativa rispetto alla media) lo scarto sale a 0,14. Quando lo scopo perseguito (come visto nell’articolo 15 quando abbiamo parlato di Markowitz e di rendimento aggiustato per il rischio) è quello di migliorare il rapporto di Sharpe, la diversificazione aiuta ad ottimizzare la performance.

La lezione operativa è semplice, ma non sempre viene recepita con immediatezza. Diventa cruciale, per chi si affaccia oggi al mondo degli investimenti, identificare gli obiettivi di lungo termine e chiedersi quali siano le classi di investimento adatte alle proprie esigenze. Informarsi, studiare il mercato e consultare fonti autorevoli permette di costruire una base di conoscenze necessaria per investire in modo responsabile. Sfruttare le piattaforme che offrono analisi e suggerimenti di asset allocation aiuta a compiere scelte più ponderate. Al tempo stesso, è importante essere consapevoli di come le variabili esterne possano cambiare in maniera rapida, per cui la diversificazione deve considerare anche orizzonti temporali e possibili mutamenti dell’economia.

Sempre vigili!

Un portafoglio diversificato, per quanto ben costruito, non è una struttura statica. L’evoluzione dei mercati finanziari impone un monitoraggio costante, seppur commisurato alla propria strategia e all’orizzonte temporale prescelto. Diversificare non significa comprare e dimenticare tutto in un cassetto. Piuttosto, implica la necessità di rivedere periodicamente la composizione del portafoglio, al fine di valutare eventuali eccessi di concentrazione che possono emergere col passare del tempo. Succede, per esempio, quando un particolare settore sovraperforma gli altri in modo netto, diventando una parte preponderante del portafoglio. Se quell’area supera il limite di rischio che ci si era prefissati, occorre ribilanciare, destinando parte degli utili a investimenti in altri comparti meno cresciuti e quindi meno cari.

Il ribilanciamento periodico rappresenta una componente essenziale del processo di diversificazione. Stabilire una frequenza semestrale o annuale, in linea con le proprie esigenze, è una buona prassi che aiuta a mantenere una disciplina operativa. Studi accademici rmostrano come il ribilanciamento regolare possa incrementare la stabilità dei rendimenti nel lungo periodo, mantenendo il portafoglio in linea con il profilo di rischio inizialmente definito. Inoltre, in fasi di mercato molto volatili, un controllo più frequente può rivelarsi utile per evitare che certe posizioni subiscano flessioni eccessive prima di essere corrette.

Bisogna, però, evitare di cadere nell’eccesso opposto, cioè ritrovarsi a rivedere le posizioni in modo ossessivo ad ogni piccolo scossone del mercato. Una visione di lungo termine richiede un’analisi paziente e non impulsiva. Cambiare direzione continuamente, in reazione a oscillazioni giornaliere o settimanali, può generare stress e costi di transazione che incidono sui rendimenti. È indispensabile trovare un equilibrio tra il mantenimento di una strategia costante e la capacità di adattarsi a scenari che subiscono trasformazioni radicali. Il monitoraggio diventa così un processo di ascolto attento del mercato, non un pretesto per intervenire continuamente senza una logica ben precisa.

Conclusione

La diversificazione, lungi dall’essere un mero slogan ripetuto meccanicamente, si conferma come la chiave di volta di qualsiasi strategia d’investimento che ambisca alla stabilità e al successo nel medio-lungo periodo. L’esperienza storica insegna che mercati e settori possono attraversare fasi di grande prosperità, seguite da repentini cambiamenti di rotta. Creare un portafoglio equilibrato aiuta a ridurre l’impatto delle tempeste finanziarie e, al contempo, a cogliere opportunità inaspettate in aree che magari non si erano prese in considerazione. Chi vuole gestire al meglio i propri risparmi non dovrebbe trascurare il fatto che, in un mondo sempre più interconnesso, il rischio di contagio finanziario e l’imprevedibilità degli eventi possono colpire anche gli asset considerati più solidi.

Vale la pena ricordare che la diversificazione non elimina del tutto i rischi, né garantisce rendimenti stellari. È piuttosto un metodo per governare l’incertezza, evitando di concentrare il capitale in poche scommesse che potrebbero avere esiti molto negativi. La letteratura economica, così come numerose analisi prodotte da istituzioni di prestigio, dimostrano che un portafoglio diversificato è più resistente alle crisi e tende a mostrare una crescita più omogenea nel tempo. In definitiva, la diversificazione non è solo una tattica, ma una vera e propria filosofia di gestione del risparmio, basata su un approccio prudente, razionale e lungimirante. Chi si affaccia oggi ai mercati, oppure chi desidera rivedere la propria strategia di investimento, può iniziare analizzando la propria situazione e i propri obiettivi. Valutare la ripartizione del capitale, il peso delle singole asset class e il grado di correlazione tra gli strumenti detenuti è il primo passo per capire se il portafoglio risulta già correttamente diversificato o se sono necessari aggiustamenti. È un percorso che può essere affrontato con l’assistenza di un professionista del settore, in grado di eseguire una solida analisi della situazione personale per accompagnare l’investitore in tutte le fasi della vita. Non c’è una singola ricetta valida per tutti, ma la linea guida è chiara: chi diversifica, monitora e corregge con giudizio quando necessario, si farà trovare pronto davanti alle inevitabili sfide che il mercato proporrà. In questo risiede l’autentico valore della diversificazione; in un panorama economico in continua evoluzione non esiste approccio più solido per affrontare il futuro con fiducia.

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