19. Perché non dovresti farti spaventare dai ribassi dei mercati

Disclaimer: i contenuti hanno finalità informativa generale e non costituiscono raccomandazioni e/o consigli personalizzati. Investire comporta rischi di perdita.

12–18 minuti

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  1. Conclusioni per il lettore frettoloso 
  2. Tutta colpa dei tranelli mentali 
  3. Parola d’ordine: resisti! 
  4. La guida dei giovani investitori 
  5. Usa le armi a tua disposizione
  6. Crisi = opportunità 
  7. Rischioso è bello 

Conclusioni per il lettore frettoloso 

No, non si tratta di un errore, ho voluto inserire le conclusioni prima di tutto. Come forse avrai intuito dal nome del paragrafo, questo nuovo format strizza l’occhio al ritmo accelerato della nostra quotidianità, in cui è sempre più importante rintracciare informazioni “finite” senza perdere tempo nell’affrontare il processo di “raffinazione”. Detta in parole povere, non tutti hanno il tempo o la voglia di leggere interamente un approfondimento, qualsiasi sia l’argomento. E così ho fatto una scelta pragmatica, lasciando i successivi paragrafi al lettore motivato. 

Andiamo quindi subito al cuore della questione odierna. Pochi argomenti come quello di cui parleremo sono importanti per un’efficace gestione dei propri investimenti. Ci sono momenti, infatti, che possono mettere a dura prova anche gli investitori più esperti. Mi riferisco ai cali di mercato, ovviamente, che non rappresentano anomalie isolate, bensì fasi fisiologiche del ciclo economico. Una delle nostre armi più potenti in quest’ambito, la statistica, ci aiuta a contestualizzare razionalmente gli eventi, facendoci capire quanto i momenti negativi siano ricorrenti e quindi normali. Basti pensare che dal secondo dopoguerra a oggi, l’S&P 500 ha registrato correzioni superiori al 10% in media una volta ogni due anni. Poi ci sono stati periodi, più rari, in cui le discese sono state di gran lunga maggiori, spesso in concomitanza con recessioni o shock geopolitici. Eppure, sul lungo termine, l’indice continua a segnare massimi crescenti. 

Il mercato azionario rispecchia gli stati d’animo degli investitori, che a sua volta sono influenzati dalle previsioni sul futuro e dai fondamentali economici. Un calo generalizzato è correlato ad un rallentamento della crescita economica, ad esempio, ad una difficoltà del sistema bancario o, comunque, ad un evento dirompente e inaspettato. Nel 2020, quando l’avvio della pandemia da Covid-19 ha colto tutti di sorpresa, l’indice S&P 500 ha perso oltre il 30% in meno di un mese, per poi recuperare gran parte delle perdite nel giro di un anno! Questa è solo l’ennesima dimostrazione storica del fatto che le fasi di mercato negative non soltanto accadono, ma spesso rappresentano una parentesi più breve di quanto si tema, ciò nondimeno intensa e dolorosa sul piano emotivo. 

Molte di queste ondate di vendite non sono provocate da un unico fattore. Si tratta della combinazione di input differenti, come dati macroeconomici deludenti, tensioni geopolitiche e crisi di fiducia. A volte, la correzione si sviluppa a partire da un settore specifico, che trascina con sé altri comparti. Altre volte, l’instabilità nasce dalla politica monetaria delle banche centrali, che modificano bruscamente i tassi d’interesse (come accaduto nel 2022). I periodi di svolta monetaria coincidono spesso con un incremento della volatilità. Riconoscere la natura ciclica di queste fasi aiuta a spegnere il timore che ogni ribasso sia il preludio di una crisi definitiva. La letteratura accademica evidenzia il fatto che la crescita di lungo termine dei mercati azionari superi ampiamente i momenti di contrazione. Nel suo libro “Stocks for the Long Run”, Jeremy Siegel, professore di Finanza alla Wharton School, documenta come le azioni statunitensi abbiano reso in media circa il 6,5% in termini reali (ovvero al netto del tasso di inflazione) negli ultimi due secoli. 

Ma per contestualizzare meglio quest’ultimo dato, consideriamo il seguente grafico: 

Illustra l’evoluzione di un singolo dollaro investito nel mercato azionario statunitense dalla fine dell’Ottocento a oggi e mette in risalto come ogni crisi che si è manifestata – per quanto profonda – sia stata un capitolo all’interno di una crescita ininterrotta nel lungo periodo. La curva (riportata su scala logaritmica) sale in modo marcato nonostante gli innumerevoli shock finanziari, geopolitici e sanitari che si sono susseguiti: dalla Grande Depressione alle due guerre mondiali, dagli shock petroliferi alla bolla delle dot-com, fino alla pandemia globale da Covid-19. Ogni crollo corrisponde ovviamente ad eventi epocali, ma, nonostante tutto, il mercato è stato in grado di superarli e riprendere la sua traiettoria ascendente. 

Tutta colpa dei tranelli mentali 

Le fasi di mercato negative incidono innanzitutto sulla sfera psicologica, spingendo le persone a reazioni emotive. L’avversione alla perdita, concetto reso celebre dal premio Nobel Daniel Kahneman e dal collega Amos Tversky, porta a sovrastimare il dolore delle perdite e a sottostimare il piacere dei guadagni della stessa entità. In pratica, a parità di movimento, la nostra reazione emotiva è molto più forte per un calo piuttosto che per un aumento. È un meccanismo viscerale, scritto nella natura umana. Questa avversione innesca una spirale pericolosa, in cui, più i mercati scendono, più cresce la tentazione di abbandonare le posizioni per proteggersi. La pressione mediatica, con titoli di giornale che enfatizzano “crolli storici” e “vendite in massa”, accentua il desiderio di evitare altri dolori e liquidare i propri investimenti

Un ulteriore tranello è la cosiddetta “fallacia del giocatore”, ossia la convinzione che un evento negativo debba per forza prolungarsi e che, al contrario, uno positivo non sia destinato a durare. Quando si manifesta una rapida discesa, in tanti pensano che continuerà a lungo e che sia dubbia la possibilità di ripresa. 

La mente umana poi tende a esagerare gli eventi recenti. Si tratta del cosiddetto “recency bias”, su cui si concentrano diversi studi di finanza comportamentale, che spinge a sovrastimare l’importanza degli eventi più ravvicinati nel tempo. Ci porta a credere che l’andamento negativo del mese in corso, ad esempio, prosegua per molto tempo in futuro, perdendo di vista la ciclicità. Questa distorsione aumenta il rischio di chiudere posizioni proprio in concomitanza di importanti cali delle quotazioni, impedendo di beneficiare dei successivi rialzi. Ed è quello che è successo nel marzo 2020, quando molti vendettero azioni penalizzate dal lockdown, perdendo la possibilità di beneficiare del recupero sorprendentemente rapido di buona parte dei listini. 

Nei momenti di crisi, entra in gioco anche il “confirmation bias”. Gli investitori, in poche parole, selezionano inconsciamente solo notizie e analisi che confermano la visione pessimistica, ignorando qualsiasi segnale costruttivo. L’effetto è di chiudersi in una bolla di negatività, in cui ogni spunto ulteriore alimenta la certezza che il crollo sia inevitabile e duraturo. Warren Buffett, in una celebre lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, ribadiva che la pazienza è la virtù più importante per chi investe in Borsa, specialmente quando l’umore collettivo diventa tetro. 

Parola d’ordine: resisti! 

La miglior prevenzione contro la tentazione di vendere in preda al panico consiste in un portafoglio costruito in modo razionale e strategico. Non si tratta solo di combinare azioni e obbligazioni, ma di diversificare in modo coerente con il proprio profilo, tenendo presente orizzonte temporale, attitudine al rischio ed obiettivi personali. Il corretto mix di strumenti può ridurre la volatilità complessiva e proteggere dagli shock di mercato. 

L’idea è semplice: se alcuni settori o asset subiscono un contraccolpo in un momento specifico, altri comparti potrebbero reagire in modo differente o comunque più stabile. Chi investe soltanto in titoli tecnologici, ad esempio, corre il rischio di un tracollo improvviso se la crescita di quel settore rallenta o inverte la tendenza. Un portafoglio bilanciato su scala geografica e settoriale, invece, attenua l’impatto di questi scossoni. 

Un altro aspetto cruciale riguarda la qualità delle singole posizioni. Le aziende con utili ricorrenti, modesto indebitamento e un vantaggio competitivo consolidato tendono a resistere meglio nelle fasi negative. Ciò non evita una flessione della quotazione, ma riescono a recuperare con maggiore prontezza, perché mantengono la capacità di generare flussi di cassa. O ancora: le obbligazioni corporate investment grade e i titoli di Stato a breve scadenza possono funzionare da “paracadute”, proteggendo il portafoglio da cali eccessivi. 

Un portafoglio solido non rifiuta del tutto il rischio, ma lo mantiene a un livello compatibile con le caratteristiche e gli obiettivi dell’investitore. Chi vuole far crescere i risparmi su un orizzonte di quindici anni o più può puntare su una componente azionaria più alta. Chi ha necessità di una rendita immediata preferisce soluzioni più conservative. In ogni caso, impostare una strategia in anticipo e restargli fedeli aiuta a non perdere il controllo quando si presentano correzioni fisiologiche. 

La guida dei giovani investitori 

Controllare l’andamento del portafoglio e trovare un segno meno provoca timori che rischiano di alterare il giudizio. In molti pensano di dover correre ai ripari, intervenendo in qualche modo per proteggere il capitale. Tante volte, però, così facendo si peggiora solo la situazione. Se un titolo è di qualità ma viene temporaneamente penalizzato dal clima generale, cederlo significa realizzare definitivamente una perdita che si potrebbe recuperare se si avesse pazienza. 

Sul punto, basti ricordare che diversi gestori di fondi, come Bridgewater Associates di Ray Dalio, adattano i propri portafogli soltanto quando i fondamentali cambiano davvero. Nel suo libro “Principles”, Dalio spiega come le crisi vadano affrontate con analisi razionali, non con comportamenti emotivi. Liquidare le posizioni in preda alla paura impedisce di beneficiare dei rimbalzi che spesso si verificano nei mesi successivi. 

Nelle fasi difficili, conviene rivedere i motivi per cui si è scelto un determinato strumento. Se i fondamentali restano validi, il fatto che il mercato lo stia svalutando non implica che la società abbia perso le sue prerogative. Al contrario, potrebbe essere un momento adatto per mediare il prezzo di carico, ossia incrementare gradualmente la partecipazione e abbassare il costo medio. Questa strategia si può attuare, ovviamente, se si ha una solida convinzione sulla bontà del titolo e un orizzonte temporale sufficientemente lungo. 

È anche importante evitare ogni operazione dettata dalla frenesia. Ci sono persone che, in preda alla volontà di recuperare tutto in fretta, assumono posizioni speculative ad alto rischio, magari con strumenti a leva. Questa scelta si trasforma spesso in un “salto nel buio” che può aggravare le perdite. Il market timing, cioè il tentativo di indovinare il momento esatto per entrare o uscire, è un’altra trappola. Diversi studi mostrano che gli investitori che cercano di anticipare ogni movimento del mercato ottengono in media rendimenti inferiori a chi resta coerente con una strategia di lungo periodo senza intervenire in modo ricorrente sul portafoglio. 

Usa le armi a tua disposizione

La chiave per non farsi spaventare dai momenti negativi risiede pertanto nella definizione di un piano solido e in un orizzonte temporale compatibile con la volatilità dei mercati. Detto altrimenti, il portafoglio prima di tutto deve essere opportunamente stratificato sulla base delle caratteristiche soggettive, definendo per ogni segmento contenuto e orizzonte temporale. E rispetto alla parte deputata alla crescita del capitale, che corrisponde a quella perlopiù azionaria, non dovrebbe essere individuata una scadenza o, quantomeno, dovrebbe essere maggiore di 15 anni. Seguendo quest’impostazione, non ci si dovrebbe preoccupare di un ribasso nel breve termine. Statistiche alla mano, infatti, su periodi superiori ai 15 anni, la probabilità di ottenere un rendimento positivo da un paniere diversificato di azioni internazionali risulta molto elevata, intorno al 95%. 

Eseguire un’entrata “mediata” sui mercati attraverso un piano di accumulo (PAC) è un’ottima strategia per affrontare meglio i momenti di turbolenza. Si tratta di aggiungere una somma fissa (o variabile) con cadenza mensile al proprio portafoglio, acquistando così più quote quando i prezzi sono bassi e meno quando sono alti. Si crea un meccanismo automatico virtuoso che riduce l’influenza dell’emotività nonché l’impatto dei movimenti contrari sull’investimento. Quando il mercato scende, il PAC coglie l’opportunità di acquistare asset a sconto, mentre, in fasi di salita, consolida i guadagni. 

Questo sistema richiede costanza, ma conferisce indubbia solidità al portafoglio, apportando benefici sia dal punto di vista finanziario, sia da quello psicologico. Se l’obiettivo dell’accumulo programmato è, per esempio, integrare la pensione tra vent’anni, le fluttuazioni del prossimo trimestre perdono importanza. Naturalmente, come già detto, è opportuno verificare che i titoli selezionati mantengano intatti i loro fondamentali, soprattutto dopo cambiamenti significativi dello scenario economico. Ma la reazione ad ogni flessione non deve essere la fuga, piuttosto un’analisi razionale e un eventuale adeguamento delle posizioni. 

Il giusto metodo e i corretti strumenti portano il focus sulla crescita strutturale, riducendo notevolmente l’emotività delle fasi negative, che possono così trasformarsi in occasioni per incrementare gli investimenti. I gestori dei grandi fondi pensione spesso approfittano dei ribassi per ribilanciare il portafoglio, aumentando l’esposizione a settori temporaneamente deprezzati ma con solidi fondamentali

Crisi = opportunità 

Giunto a questo punto della lettura, avrai capito che le crisi economiche-finanziarie non scrivono la parola fine, bensì rappresentano tappe di un percorso più ampio, spesso generatore di innovazione. Chi investe con la giusta mentalità affronta questi momenti come qualcosa di fisiologico, legato alle antiche leggi dell’economia. Come si è detto, questo non vuol dire ignorare i rischi o sottovalutare le possibili conseguenze di una recessione. Vuol dire, però, mantenere uno sguardo lucido, analizzare le aziende e i settori in modo approfondito e saper accettare anche periodi di forte volatilità

La costruzione del patrimonio è un percorso ad ostacoli in cui succederà di inciampare. Però, un giusto atteggiamento personale, alimentato da una strategia razionale e da una corretta gestione emotiva ti porteranno senza dubbio a rialzarti. Ogni crisi chiama in causa la nostra capacità di rimanere fedeli a un piano o, comunque, di correggerlo soltanto quando necessario a fronte di un cambiamento dei fondamentali. Non è un invito all’inerzia, ma all’uso di un approccio metodico che eviti mosse impulsive. 

Si può uscire da queste fasi con un portafoglio più efficiente, acquistando a sconto titoli di società di qualità in grado di instaurare future tendenze di crescita. Nel frattempo, si sviluppa altresì una conoscenza più profonda della propria tolleranza al rischio. Chi provasse una sensazione di totale sopraffazione si renderebbe conto di aver impostato un profilo di rischio eccessivo, mentre chi rimanesse relativamente sereno confermerebbe la coerenza tra obiettivi, risorse e metodo di investimento. 

Bisogna credere fermamente che questi frangenti rappresentino anche grandi opportunità per rinnovare la fiducia in un’economia che, dati alla mano, continua a progredire. E con ciò ottenere risultati più solidi e duraturi. Questo è il messaggio che la storia dei mercati consegna a chi sa guardarla senza cadere nelle trappole mentali ed emotive di cui abbiamo parlato. 

Rischioso è bello 

In ultima istanza, è doveroso evidenziare una fondamentale circostanza: senza rischio, non esiste rendimento! Detto altrimenti, in finanza non esistono pasti gratis. E ricevere un premio per l’esposizione alle incertezze del mercato è la ragion d’essere stessa degli investimenti azionari. È proprio perché nessuno, può essere certo di raggiungere il proprio obiettivo, che, chi decide di intraprendere il percorso, ottiene in cambio una remunerazione aggiuntiva alla fine. Il legame tra rischio e rendimento costituisce la pietra angolare della moderna teoria finanziaria; con il Capital Asset Pricing Model (CAPM) William F. Sharpe (vedi articolo 15) è stato il primo a modellizzare questo concetto tanto semplice quanto potente. Se non esistesse la possibilità di perdere le proprie risorse, tutti investirebbero in questi asset, azzerando di fatto il premio al rischio. Le ricerche di Eugene F. Fama e Kenneth R. French hanno poi confermato che gli investitori che sanno gestire l’esposizione a fattori di rischio come size o value, ad esempio, possono ottenere extra-rendimenti ulteriori rispetto al Beta di mercato, proprio grazie alla maggiore disponibilità a sopportare la volatilità. Su un arco temporale sufficientemente lungo, i dati ci dicono che il mercato premia chi ha saputo convivere con l’incertezza

Pensaci bene… si tratta di qualcosa che trascende quest’ambito e si manifesta in diversi aspetti della vita. La nostra storia, come specie vivente su questo pianeta, parla di un’evoluzione incessante, che non ha precedenti (per quanto ne sappiamo…) e che ci ha portato dal vivere all’interno di anguste caverne a imponenti grattacieli di vetro alti centinaia di metri. Tutto ciò è stato possibile – in particolare – grazie allo sforzo comune compiuto per affrontare l’ambiente ostile creato da Madre Natura e spingere il limite invalicabile sempre un po’ più in là. Un processo guidato da inventori, esploratori, innovatori e tanti altri che hanno saputo affrontare le proprie paure senza lasciarsi fermare, raggiungendo gli obiettivi e diventando individui più forti. Fino ad arrivare, in tempi moderni, a schiere di brillanti imprenditori che, con visione e coraggio, hanno messo in gioco tutto, andando spesso contro il giudizio comune senza paura di fallire. 

Il rischio, in definitiva, è una componente fondamentale della nostra esistenza, che da sempre ci accompagna lungo il cammino. Fa parte dell’ambiente che ci circonda, ha plasmato la nostra storia e ha contribuito a renderci quello che siamo. Nonostante la società moderna ambisca ad azzerarlo, la verità è che, se affrontato con strategia e preparazione, una certa quota di rischio dovrebbe essere desiderabile. Essergli totalmente avversi, infatti, favorisce stati ansiosi ed eccessivo immobilismo. Le opportunità non colte si moltiplicano, compromettendo il nostro sviluppo personale e sacrificando tutto in nome di una sicurezza illusoria che certamente non ci arricchisce.

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Nota: le informazioni condivise sono di natura generale; eventuali valutazioni operative richiedono le verifiche e la documentazione previste.

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