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- Conclusioni per il lettore frettoloso
- Comportati bene!
- Non perdiamoci in un bicchier d’acqua
- So tutto io…
- Casa dolce casa
- Vengo anch’io
- Buttate l’ancora
Conclusioni per il lettore frettoloso
No, non si tratta di un errore, ho voluto inserire le conclusioni prima di tutto. Come forse avrai intuito dal nome del paragrafo, questo nuovo format strizza l’occhio al ritmo accelerato della nostra quotidianità, in cui è sempre più importante rintracciare informazioni “finite” senza perdere tempo nell’affrontare il processo di “raffinazione”. Detta in parole povere, non tutti hanno il tempo o la voglia di leggere interamente un approfondimento, qualsiasi sia l’argomento. E così ho fatto una scelta pragmatica, lasciando i successivi paragrafi al lettore motivato.
Oggi parliamo di bias cognitivi, veri e propri cortocircuiti della nostra mente che ci portano a prendere decisioni sbagliate o, nella migliore delle ipotesi, non ottimali. Se dovessimo trovare la giustificazione ultima della loro esistenza, probabilmente dovremmo rintracciarla nella naturale tendenza del nostro cervello al risparmio energetico. Infatti, in contesti complessi con molte variabili in gioco, stabilire quale sia la migliore strada percorribile è un processo intricato e dispendioso. Analisi tecniche approfondite di lunga durata costituiscono il requisito minimo necessario per sperare di raggiungere conclusioni corrette. Ma la maggior parte di noi, al di fuori del proprio ambito lavorativo, non ha né la capacità, né la possibilità di fare qualcosa del genere. Ecco che allora entrano in gioco queste “scorciatoie mentali”, che ricorrendo a poche informazioni prontamente disponibili (quello che si è visto succedere più spesso nel proprio minuscolo campo di osservazione o, ancora, quello di cui si è sentito parlare più di recente, per fare solo alcuni esempi) ci portano a prendere decisioni fallaci. Va da sé che più l’ambiente in cui queste ultime sono destinate ad esplicare i loro effetti è complesso, più le conseguenze negative possono rivelarsi dannose.
Essere consapevoli di questo e riconoscersi fallibili è il primo passo, poi occorre tradurre questa consapevolezza in azioni concrete. Anche perché nessuno è immune ai bias cognitivi, nemmeno gli esperti, ma ciò non significa che siamo destinati a incapparvi ogni volta. Parlando di mercati finanziari, come investitori, possiamo adottare un vero e proprio “kit di autodifesa” comportamentale per proteggerci dalle trappole della nostra mente. La questione cruciale è disciplinare il processo decisionale, riducendo lo spazio per emotività e impulsi. Gli studi suggeriscono che il modo migliore per evitare errori di pancia è prima di tutto seguire una strategia di lungo termine ben definita, anziché farsi guidare dalle oscillazioni del momento (How Investors Can Avoid Behavioral Bias | Russell Investments).
In pratica, ciò significa impostare regole e automatismi che contrastino i nostri bias. Per esempio, per chi non resiste alla tentazione di fare trading, sarebbe opportuno stabilire di vendere un titolo in perdita di oltre il 15% dal prezzo d’acquisto – e rispettare sempre questa regola, senza eccezioni – così da evitare che l’avversione alle perdite impedisca di tagliare una posizione sbagliata (4 Behavioral Biases and How to Avoid Them). Più in generale, inoltre, una rigorosa politica di ribilanciamento del portafoglio (vendere parzialmente ciò che è salito molto e reinvestire dove è sceso, per tornare alle percentuali target) obbliga a “comprare basso e vendere alto” sistematicamente, andando contro istinto e rumor del momento. Un’altra tecnica efficace è il pre-commitment, ossia prendere decisioni in anticipo, a mente fredda, per vincolare il proprio io futuro quando sarà tentato di deviare dal piano (Availability Bias: Mind the Generation Gap When Investing | American Century). Un classico esempio è l’investimento automatico mensile: accantonare una somma fissa ogni mese in un fondo o piano di accumulo, in modo da investire con costanza indipendentemente dalla fase di mercato. Così si elimina il rischio di farsi bloccare dalla paura durante i momenti di ribasso (o, al contrario, di eccitarsi troppo nei rally).
Anche il confronto con prospettive esterne può aiutare a spezzare i bias di conferma e overconfidence. Cercare attivamente opinioni contrarie alle nostre e ascoltare pareri diversi funge da antidoto al pensiero auto-referenziale (What Is Overconfidence Bias? Can It Harm Your Investment Returns?). In sostanza, occorre creare intorno a sé un ambiente decisionale “a prova di bias”: procedure standard, obiettivi chiari, controllo delle emozioni. Mantenere un portafoglio ben diversificato e un orizzonte di lungo periodo, resistendo alla tentazione di fare trading frenetico, è probabilmente la difesa più valida ed efficace. Così facendo, si evita di agire in balìa delle reazioni impulsive e si aumenta la probabilità di raggiungere davvero i propri obiettivi finanziari.
Comportati bene!
Ora, facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire meglio di cosa parliamo quando studiamo gli effetti dei bias cognitivi sulle decisioni di investimento. La finanza comportamentale è proprio la disciplina che esamina come i fattori psicologici influenzano le azioni dei singoli e, di conseguenza, dei mercati. In contrasto con la teoria classica che dipinge gli investitori come attori perfettamente razionali, la scuola comportamentale sostiene che i mercati sono mossi anche dalle emozioni e dai bias cognitivi dei partecipanti (Taking a Disciplined Look at Irrational Investors | Yale Insights). La saggezza popolare riassume il concetto in due parole: fear e greed (paura e avidità). Ciò, evidentemente, aiuta a spiegare inefficienze altrimenti sconcertanti. Volatilità e crolli improvvisi, infatti, spesso riflettono comportamenti collettivi irrazionali, non fattori fondamentali (ovvero, cambiamenti negativi reali delle performance economiche). Basti ricordare la bolla dot-com di fine anni ’90, quando l’euforia per Internet gonfiò i titoli tecnologici a livelli stellari prima di incorrere in un tonfo rovinoso. Un evento che la finanza comportamentale interpreta come effetto di dinamiche psicologiche di massa, più che di sole dinamiche economiche oggettive.
La legittimazione accademica della finanza comportamentale è relativamente recente. Negli anni ’80 economisti come Robert Shiller e Richard Thaler iniziarono a sfidare l’ortodossia dei mercati efficienti, incontrando inizialmente scetticismo (Taking a Disciplined Look at Irrational Investors | Yale Insights). Eppure, queste intuizioni hanno inaugurato una nuova scuola di pensiero che è valsa loro il premio Nobel, cosicché le idee un tempo eterodosse sono ormai diventate mainstream. Un pioniere ancora precedente, lo psicologo Daniel Kahneman, ottenne il Nobel nel 2002 proprio per i suoi studi sul modo in cui il nostro giudizio in condizioni di rischio devia dalla razionalità.
Ormai la finanza comportamentale è parte integrante dell’analisi finanziaria, anche a livello istituzionale. La Consob americana (SEC) dispone persino di uno staff dedicato a studiare il comportamento degli investitori. In sostanza, questa disciplina fornisce un ritratto più realistico (e meno lusinghiero) di come pensiamo e agiamo quando sono in gioco i nostri risparmi. Capire perché le persone cadono in certi errori sistematici aiuta a interpretare meglio l’andamento dei mercati e a riconoscere le “trappole” mentali che esamineremo nei prossimi paragrafi.
Non perdiamoci in un bicchier d’acqua
La teoria dell’avversione alle perdite nasce da un’osservazione semplice ma dirompente: psicologicamente parlando, perdere denaro fa circa il doppio più male di quanto un guadagno equivalente faccia bene (Predicting loss aversion behavior with machine-learning methods | Humanities and Social Sciences Communications). In altre parole, la sofferenza provocata da 100 euro persi supera di gran lunga la gioia di 100 euro guadagnati.

La maggior parte delle persone, ad esempio, rifiuta una scommessa equa in cui c’è il 50% di probabilità di vincere o perdere una piccola somma (ad es. 10 dollari): quasi tutti preferiscono evitare la perdita potenziale piuttosto che rischiare per un guadagno di entità uguale (What Does Loss Aversion Mean for Investors? Not Much | CFA Institute Enterprising Investor). Questa asimmetria emotiva – documentato per la prima volta dagli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky negli anni ‘70 – fa sì che nelle decisioni finanziarie le perdite abbiano un impatto sproporzionato. Gli investitori, inconsciamente, temono le perdite più di quanto apprezzino i profitti e questo può renderli eccessivamente prudenti o portarli a scelte subottimali dettate dal timore (What Does Loss Aversion Mean for Investors? Not Much | CFA Institute Enterprising Investor).
Kahneman ha definito l’avversione alle perdite “il contributo più significativo della psicologia all’economia” proprio perché spiega molte anomalie del comportamento finanziario. Ad esempio, di fronte a un investimento in calo, molte persone evitano di venderlo per non “trasformare” la perdita in realtà, aspettando ostinatamente che il prezzo risalga. Al contrario, quando un titolo va bene tendono a liquidare troppo presto, accontentandosi di piccoli guadagni pur di mettere al sicuro qualcosa. Questo comportamento – noto come disposition effect in letteratura – è attribuito proprio all’avversione alle perdite. Il dolore potenziale di cedere in perdita un’azione induce a trattenerla troppo a lungo, mentre la paura che un profitto latente sfugga porta a incassare immediatamente i guadagni sulla posizione vincente.
Le conseguenze sul rendimento complessivo spesso non perdonano; vendere i vincenti e tenere i perdenti raramente si rivela la strategia migliore, e infatti questo bias finisce per erodere i guadagni potenziali di lungo termine (What Does Loss Aversion Mean for Investors? Not Much | CFA Institute Enterprising Investor). In sostanza la paura di perdere può intrappolare l’investitore in una “trincea” mentale di eccessiva cautela. Focalizzarsi più sul non perdere che sul vincere significa spesso rinunciare a opportunità profittevoli o restare con liquidità inutilizzata per timore di fare la mossa sbagliata. Paradossalmente, così la paura di perdere finisce per provocare proprio ciò che voleva evitare, ovvero performance inferiori alle aspettative.
So tutto io…
La maggior parte delle persone si considera un investitore migliore della media, un dato statisticamente impossibile, ma profondamente umano. Lo stesso fenomeno si osserva in altri campi: il 73% degli automobilisti statunitensi si definisce “più bravo della media” alla guida (What Is Overconfidence Bias? Can It Harm Your Investment Returns?), un evidente caso di eccesso di fiducia. In finanza, questa convinzione si traduce in una sopravvalutazione delle proprie capacità di prevedere il mercato o scegliere i titoli vincenti. Molti trader ritengono di avere un “fiuto” particolare o informazioni migliori degli altri, anche quando non è così. Il risultato? Troppa sicurezza porta a operare più del dovuto, a ignorare i rischi e a sottovalutare la possibilità di errore.
Gli studi confermano che l’overconfidence può costare caro all’investitore. Chi si sente sempre nel giusto tende a fare compravendite frequenti – ogni operazione in più è un costo e un potenziale errore in più – e infatti i portafogli con turnover elevato spesso ottengono rendimenti inferiori alla media. Un famoso studio ha rilevato che gli uomini, generalmente più sicuri di sé in materia finanziaria, effettuano circa il 45% di operazioni in più rispetto alle donne, ma ottengono rendimenti annui netti più bassi di quasi tre punti percentuali (Female traders vs male traders – Trading psychology | CMC Markets). In altre parole, l’iperattività dettata dall’eccessiva fiducia erode i profitti. Ironia della sorte, chi cerca e pensa di battere il mercato finisce il più delle volte per farsi battere dal mercato stesso.
L’illusione di controllo viaggia a braccetto con l’overconfidence. È la credenza di poter influenzare o prevedere eventi in realtà aleatori, tipica ad esempio dei giocatori d’azzardo, che tirano i dadi in un certo modo “per fare uscire il numero giusto”. Nel contesto degli investimenti, questa illusione si manifesta quando si crede di poter dominare l’andamento dei mercati con le proprie analisi o intuizioni, ignorando il ruolo della casualità. Un investitore può convincersi di sapere esattamente quando entrare o uscire dal mercato (magari perché in passato gli è andata bene qualche volta) e quindi assumere posizioni troppo grandi o rischiose pensando di avere tutto sotto controllo. In realtà, fattori imprevisti possono ribaltare qualsiasi previsione. L’illusione del controllo fa dimenticare questo semplice fatto, spingendo a errori di valutazione. Un investitore vittima di questi bias combinati può finire per prendere decisioni azzardate, ad esempio concentrare tutto il portafoglio su poche scommesse perché sicuro del loro esito, esponendosi a shock imprevisti.
Casa dolce casa
Chi investe tende a trovare rassicurante ciò che conosce bene. In finanza, questa preferenza per il familiare è detta home bias, ossia l’inclinazione a puntare la maggior parte del portafoglio su asset del proprio Paese (o addirittura della propria regione), ignorando opportunità di diversificazione all’estero. Un aneddoto storico illustra il fenomeno. Negli anni ’80, quando l’americana AT&T fu smembrata in varie società telefoniche regionali, gli investitori mantennero in portafoglio soprattutto le azioni della compagnia locale a loro più familiare, convinti che avrebbe sovraperformato le altre – un caso di “campanilismo finanziario” documentato dagli studiosi (Global Impact of Investor Home Country Bias –).
Dalla borsa di Tokyo a Piazza Affari, l’home bias è un comportamento riscontrato in tutto il mondo. Gli investitori statunitensi, ad esempio, detengono circa l’85% del proprio patrimonio azionario in titoli americani (Home Bias: What it is, How it Works, Special Considerations). In Giappone, dove il mercato locale pesa intorno al 7% di quello mondiale, i portafogli sono addirittura investiti per oltre la metà in azioni nipponiche (Global Impact of Investor Home Country Bias –). È evidente che molti preferiscono “restare in casa”, spesso per una sensazione di maggiore controllo o conoscenza. Si tende a investire nelle società di cui si leggono le notizie sui giornali locali, o nei brand nazionali che si consumano quotidianamente, perché appaiono meno sconosciuti. La familiarità dà un’illusione di sicurezza.

Questo attaccamento al mercato domestico, però, ha un costo. Concentrando i propri investimenti entro i confini nazionali si rinuncia ai benefici della diversificazione globale (How Investors Can Avoid Behavioral Bias | Russell Investments). Il proverbiale “non mettere tutte le uova nello stesso paniere” vale prima di tutto su scala geografica. Se l’economia locale va in crisi, l’investitore con portafoglio tutto domestico ne risente in pieno su due fronti (lavorativo e finanziario). E contrariamente a quanto molti credono, investire solo su titoli di casa non dà un vero vantaggio informativo; le analisi mostrano che i gestori professionali con un forte home bias non ottengono performance migliori di quelli più diversificati (Global Impact of Investor Home Country Bias –).
Vengo anch’io
Nelle scelte finanziarie tendiamo a vedere ciò che vogliamo vedere. Il bias di conferma descrive la nostra inclinazione a cercare (e dare peso) alle informazioni che avvalorano le nostre convinzioni, evitando al contempo quelle contrarie (Confirmation bias | Schwab Funds). Se un investitore è convinto che un’azione sia destinata a salire, probabilmente leggerà solo analisi ottimistiche su quella società e ignorerà gli articoli critici. Uno studio dell’Università del Texas ha quantificato questo fenomeno. In un forum di borsa, circa l’85% dei partecipanti leggeva preferibilmente messaggi allineati alla propria tesi iniziale (Confirmation bias | Schwab Funds). In pratica filtriamo la realtà, costruendoci un “echo chamber” rassicurante ma potenzialmente pericolosa. Così facendo, un risparmiatore concentrato su un certo titolo o settore finirà per accogliere solo le buone notizie togliendo di mezzo le cattive. Questo può lasciare ciechi di fronte a segnali di allarme e allora ci si accorge dei problemi solo quando è troppo tardi, perché si è scelto di non vederli.
Accanto al bias di conferma, un altro motore potente delle decisioni irrazionali è la FOMO (Fear of Missing Out), la “paura di restare esclusi”. È quell’ansia sottile che ci attanaglia quando vediamo gli altri fare soldi con un investimento e temiamo di perderci l’occasione del decennio. Nell’era dei social, la FOMO è diventata onnipresente. Un sondaggio internazionale ha rilevato che oltre il 40% degli investitori della Generazione Z ha iniziato a investire spinto proprio dal timore di perdersi un’opportunità di guadagno che vedeva sui social o tra i coetanei (Over 40% of Gen Z Invest Because of FOMO: Survey – Business Insider). Ma anche gli investitori più maturi non sono immuni. Durante prolungati mercati rialzisti, possono farsi prendere dall’euforia collettiva e buttarsi nella mischia ignorando i campanelli d’allarme, spinti dal solo timore di restare fuori dai giochi (Regret Theory: Meaning, Psychology, Applications).
L’effetto combinato di bias di conferma e FOMO può alimentare bolle speculative. Ci si convince, parlando solo con chi è d’accordo con noi, che “questa volta è diverso” e che i prezzi saliranno per sempre; al contempo l’ascesa vertiginosa dei titoli e i racconti di facili fortune altrui fanno scattare la paura di essere gli unici a non partecipare. Nel 2021 migliaia di piccoli investitori sono saltati sul treno dei meme stocks e delle criptovalute in piena corsa, spinti dalla speranza di arricchirsi facilmente. Molti confessarono di aver comprato azioni Game Stop a prezzi esorbitanti perché non volevano avere FOMO (“perdere il treno”), salvo poi subire il crollo repentino di quei valori (Where Amateur Meme Stock Investors Are One Year Later | TIME). Quando tutti attorno a noi si lanciano su un investimento, il bias di conferma ci farà trovare mille giustificazioni per fare lo stesso. Ma se “tutti” stanno guadagnando facilmente, statisticamente parlando è il segnale che il mercato è surriscaldato e chi entra nella fase finale incorre in alte probabilità di rimanere col cerino in mano.
Buttate l’ancora
Di fronte a informazioni incomplete o incertezze, la mente umana spesso si affida a scorciatoie. Il bias di disponibilità è una di queste; valutiamo la probabilità e il rischio degli eventi in base alla facilità con cui riusciamo a ricordare esempi simili (Availability Bias: Mind the Generation Gap When Investing | American Century). In pratica, un evento recente o emotivamente intenso “occupa” la nostra memoria e influenza in modo sproporzionato i giudizi successivi. Se negli ultimi mesi i telegiornali hanno parlato spesso di crisi finanziarie, tenderemo a sopravvalutare la probabilità di un imminente crollo di borsa. Se invece da tempo i mercati salgono senza sosta, ci convinceremo che i ribassi siano quantomeno improbabili.
Questo bias spiega ad esempio perché investitori di generazioni diverse percepiscono il mercato in modi opposti. Chi ha iniziato a investire poco prima del tracollo del 2008 probabilmente porta ancora le cicatrici di quell’esperienza e rimane molto guardingo. Appena sente odore di pericolo, rischia di più di vendere e rifugiarsi nella liquidità, temendo un nuovo collasso (Availability Bias: Mind the Generation Gap When Investing | American Century). Al contrario, chi è entrato sui mercati dopo il 2009 ha vissuto un periodo mediamente migliore. Costui potrebbe essere fin troppo ottimista e aggressivo, confidando che ogni flessione sia passeggera perché ha visto i listini recuperare rapidamente dopo ogni drawdown (Availability Bias: Mind the Generation Gap When Investing | American Century). In entrambi i casi la disponibilità di certi ricordi (la crisi del 2008 per i primi, il decennio toro per i secondi) condiziona la strategia, a volte in modo poco razionale.
Il bias di ancoraggio, invece, riguarda il peso eccessivo che attribuiamo a un valore iniziale di riferimento quando prendiamo decisioni. Nell’ambito finanziario, l’ancora più comune è il prezzo di acquisto di un investimento. Tendiamo a fissarci su quel prezzo e a giudicare il successo o fallimento in base ad esso, anche se è un numero arbitrario rispetto alle condizioni attuali di mercato (Anchoring in Investing: Overview and Examples). Questa mentalità spiega perché molti investitori tengono titoli in perdita sperando di “tornare almeno al prezzo di carico” invece di valutare obiettivamente le prospettive future di quel titolo. L’ancoraggio può portare a scelte irrazionali. Per esempio, non vendere un’azione scesa molto al di sotto del prezzo pagato (anche se le prospettive sono deteriorate) oppure, all’opposto, non comprare un titolo oggi sottovalutato solo perché in passato quotava a prezzi molto più bassi. In tutti questi casi ci facciamo influenzare da un dato del passato, usandolo come metro assoluto. Tale riferimento iniziale agisce come un magnete mentale, difficile da spostare, che ci impedisce di aggiornare completamente le nostre valutazioni con le informazioni nuove.
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