23. Rischio e incertezza

Disclaimer: i contenuti hanno finalità informativa generale e non costituiscono raccomandazioni e/o consigli personalizzati. Investire comporta rischi di perdita.

12–19 minuti

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  1. Conclusioni per il lettore frettoloso 
  2. Il rischio è il prezzo della speranza 
  3. Rischio o incertezza? 
  4. Volatilità ≠ perdita 
  5. Il tempo è tuo alleato 
  6. Code spesse e rubinetti chiusi
  7. Oltre la finanza 

Conclusioni per il lettore frettoloso 

No, non si tratta di un errore, ho voluto inserire le conclusioni prima di tutto. Come forse avrai intuito dal nome del paragrafo, questo nuovo format strizza l’occhio al ritmo accelerato della nostra quotidianità, in cui è sempre più importante rintracciare informazioni “finite” senza perdere tempo nell’affrontare il processo di “raffinazione”. Detta in parole povere, non tutti hanno il tempo o la voglia di leggere interamente un approfondimento, qualsiasi sia l’argomento. E così ho fatto una scelta pragmatica, lasciando i successivi paragrafi al lettore motivato. 

Senza essere troppo grossolani, si potrebbe dire che molte persone non sfruttano il potenziale dei mercati finanziari per una radicata avversione al rischio. Sì, perché, per definizione, ogni investimento porta con sé l’incertezza del risultato. Se si potesse essere sicuri sin dal principio di poter ottenere un guadagno domani, rinunciando ad una parte della propria ricchezza oggi, chiunque lo farebbe. In questo scenario estremo, la domanda di strumenti finanziari si espanderebbe al punto tale da azzerare ogni potenziale rendimento. Da ciò, deriva che non può sussistere alcuna remunerazione senza rischio. 

È però fondamentale tracciare una netta distinzione tra rischio e incertezza; il primo appartiene al dominio delle probabilità stimabili e consente strumenti di gestione come assicurazioni, diversificazione e ribilanciamenti. La seconda riguarda scenari in cui mancano i dati minimi per effettuare un’analisi statistica e allora servono estrema cautela e ampi margini di sicurezza.

Altrettanto importante, è distinguere tra il concetto di volatilità e quello di perdita. Chi è estraneo a questo mondo tende erroneamente a sovrapporli. Ma, solo la seconda indica una diminuzione permanente di valore; la prima, invece, descrive l’ampiezza dei movimenti dei prezzi attorno a una tendenza media. Detta altrimenti, se in una fase di mercato negativa si assiste ad una contrazione del proprio portafoglio, il disagio è “meramente” psicologico, non si sta concretizzando un danno. Attendendo il tempo necessario per far sì che, dopo aver recuperato, l’investimento raggiunga un risultato positivo, non si realizza mai alcuna perdita. 

In questa prospettiva, il tempo diventa un alleato, perché consente di assorbire gli urti e di comporre i rendimenti. Occorre però ricordare che i mercati non seguono una distribuzione normale; esistono code pesanti, ossia eventi rari e dirompenti che si verificano più spesso del previsto. L’impatto di questi “cigni neri” è estremamente rilevante, per cui, quand’anche sia possibile eseguire una stima probabilistica, è essenziale adottare cautele ulteriori per limitarne gli effetti. Può avere senso pagare il costo di coperture imperfette, limitare la leva e pianificare percorsi di uscita graduali. 

Le considerazioni sul rischio oltrepassano la finanza, perché nella nostra vita ogni scelta coinvolge persone e contesti e richiede responsabilità. Un’etica generale dell’incertezza invita a progettare con margini, a non scaricare i rischi sui più fragili, a cambiare idea quando cambiano i fatti. E ci induce a concepire la prudenza non come immobilismo, ma come capacità di affrontare la complessità. Adottando un approccio olistico, il rischio si trasforma in una disciplina quotidiana al servizio di obiettivi chiari. Con pazienza, metodo e misura costante. 

Il rischio è il prezzo della speranza 

Si potrebbe affermare che la finanza moderna considera il rischio come il prezzo della speranza. Investire in azioni, obbligazioni o altri asset finanziari, comporta accettare un ventaglio di possibili esiti. Se si decidesse di tenere tutto in contanti, i propri risparmi non solo non crescerebbero, ma sarebbero esposti ad una perdita certa ogni anno causata dall’inflazione. Se si scegliesse di affrontare la volatilità dei mercati su orizzonti temporali adeguati, invece, si potrebbe ottenere un premio al rischio;ossia, un rendimento nominale mediano di circa il 6% l’anno in più rispetto ad investimenti monetari di brevissimo termine (corporate.vanguard.com). 

In altre parole, il rendimento atteso di un portafoglio azionario è più elevato proprio perché in pochi sono disposti ad accettare le fluttuazioni di prezzo e la possibilità di subire perdite temporanee. Questo premio, definito dagli economisti differenza fra rendimento atteso di un mercato azionario e rendimento di un titolo sicuro (come un’obbligazione statale, ad esempio), rappresenta la ricompensa per chi decide di scambiare parte della propria tranquillità presente con la probabilità di conseguire un maggior benessere futuro (newyorkfed.org)

C’è un aspetto profondamente umano e psicologico in tutto ciò. Il rischio altro non che è l’incapacità di prevedere con precisione; è la coscienza di abitare un mondo in cui l’informazione è sempre incompleta e la conoscenza perfetta non esiste. Il filosofo dell’economia Frank Knight ricordava che viviamo in un ambiente «di cambiamenti in qualche misura imprevisti» e che dobbiamo agire sulla base di anticipazioni imperfette (fraser.stlouisfed.org). La ricerca di ritorni più elevati, dunque, implica di convivere con la paura che gli imprevisti accadano e che i rendimenti attesi non si realizzino. Questa convivenza, se affrontata con metodo e disciplina, può trasformarsi in un alleato per costruire ricchezza nel tempo. Prendere consapevolezza del rischio come strumento e non solo come minaccia significa ridefinire la relazione con il denaro, accettando che la strada verso gli obiettivi finanziari è un percorso tortuoso. La speranza di raggiungere la libertà finanziaria si alimenta proprio del rischio. La storia dei mercati dimostra che chi ha mantenuto la rotta per il tempo necessario ha raccolto – in media – frutti generosi. 

Ogni investitore deve costruire il proprio personale equilibrio fra paura e speranza, tenendo in considerazione l’orizzonte temporale, la tolleranza alle oscillazioni e la capacità di rimanere lucido sotto pressione. Il rischio va considerato come un compagno di viaggio inevitabile; lo si può studiare, ma mai prevedere con certezza; lo si può gestire, ma non eliminare. D’altronde, ogni giorno prendiamo decisioni rischiose senza rifletterci. Attraversiamo la strada confidando che l’automobilista freni, cambiamo lavoro sperando di trovare stimoli migliori, avviamo un’impresa pur sapendo che molte falliscono. Senza un minimo di incertezza, la vita perderebbe colore. È un quadro ampio fatto di scelte e possibilità. 

Rischio o incertezza? 

La distinzione tra rischio e incertezza non è questione puramente formale. Nel linguaggio comune queste parole si usano spesso come sinonimi e le notizie economiche contribuiscono ad alimentare la confusione. Per gli addetti ai lavori, però, la differenza è rilevante. Il rischio è una situazione in cui le probabilità sono note o possono essere stimate. Quando lanci una moneta, sai che testa e croce hanno ciascuna una probabilità del 50%. L’incertezza è invece ciò che succede quando non conosci la distribuzione degli esiti; se tiri una moneta truccata senza saperlo, sei completamente al buio (philadelphiafed.org)

Questa distinzione, discussa da Knight e ripresa dalla ricerca contemporanea, è al centro delle discussioni sulla pianificazione finanziaria. Il rischio può essere assicurato, diversificato e misurato; l’incertezza richiede prudenza, margini di sicurezza e una maggiore capacità di adattamento. Per capirci meglio: un titolo di Stato può comportare solo rischio perché la probabilità di default è stimabile, mentre investire in una startup tecnologica innovativa implica più che altro incertezza. Trascendendo l’ambito finanziario, guidare su un tragitto ricorrente è rischio; guidare in una strada sconosciuta al buio è incertezza. Trattare i due concetti allo stesso modo porta a errori. 

Gli economisti utilizzano modelli statistici per misurare il rischio, ma l’incertezza sfugge alla quantificazione (philadelphiafed.org). Le formule e le metriche funzionano in contesti più ordinari, ma non proteggono dalle sorprese strutturali (pandemie, innovazioni, cambiamenti normativi, ecc.). Ciononostante, anche l’incertezza può essere gestita. Non bisogna mai cercare di prevedere il futuro, bensì analizzare i numeri e considerare scenari alternativi, pensando per ipotesi e non per certezze. È anche un atto di umiltà, perché equivale ad ammettere che parte del processo non si può controllare. 

L’esistenza di assicurazioni e derivati mostra come il rischio, se misurabile, possa essere trasferito; nessuno assicura invece l’incertezza, perché non si può stabilire un premio equo. La crisi del 2008 ha insegnato che modelli basati su distribuzioni storiche sottovalutano l’incertezza sistemica; la pandemia del 2020 ha ricordato che eventi rarissimi possono cambiare il quadro macroeconomico in pochi mesi. Anche se non si può quantificare l’incertezza, si possono costruire abitudini che la rendano più sopportabile: definire obiettivi chiari, aggiornare le proprie convinzioni quando emergono nuove informazioni, diversificare tra asset class e aree geografiche. Un investitore che accetta l’incertezza sarà meno tentato di inseguire mode del momento e più portato a costruire un piano coerente con la propria vita. È un approccio che richiede disciplina e conoscenze. 

Volatilità ≠ perdita 

La volatilità, ossia la dispersione dei rendimenti, è stata a lungo utilizzata come misura standard del rischio di investimento. La Modern Portfolio Theory di Harry Markowitz insegna che l’investitore razionale cerca di massimizzare il rendimento atteso dato un certo livello di varianza o, detta altrimenti, minimizzare la varianza per un dato rendimento. Questa impostazione ha fornito la base per la costruzione di portafogli efficienti, ma con il passare del tempo si è trasformata in un dogma che rischia di generare confusione.

La volatilità misura quanto un prezzo oscilla rispetto alla sua media, non quanto è probabile che si verifichi una perdita permanente. Non cattura il rischio di perdere il capitale in modo definitivo (worldscholarsreview.org). Storicamente, molti investitori di successo – da Warren Buffett a Charlie Munger – hanno ripetuto che la volatilità è un disturbo, non il rischio stesso (worldscholarsreview.org). In effetti, se il valore intrinseco di un’attività cresce, le oscillazioni non costituiscono un problema; se invece un’azienda è fragile o sovraindebitata, una bassa volatilità non mette al riparto da perdite irreversibili. Perciò, confondere volatilità e perdita può portare a rifiutare investimenti potenzialmente redditizi solo perché oscillano, o, al contrario, a sottovalutare il pericolo di attività stabili ma destinate al declino.

Per costruire portafogli robusti occorre quindi integrare la volatilità con altre analisi. Alcuni preferiscono considerare anche il drawdown massimo, il valore a rischio e il valore a rischio condizionale. Sono misure che considerano la probabilità di un evento raro. Anche la durata di un investimento modifica il significato della volatilità. Ad esempio,un’oscillazione del 10% in una giornata è irrilevante per chi ha un orizzonte decennale, ma può essere insostenibile per un trader a leva. Capire il contesto è essenziale. Tecnicismi a parte, è importante chiedersi: quanto posso permettermi di perdere? Quanto tempo ho per recuperare? Come reagirò alle oscillazioni? La risposta a queste domande definisce il rischio reale.  

C’è poi da considerare che parametri come il valore a rischio e la deviazione standard presuppongono distribuzioni normali che raramente si verificano. Ignorano code spesse, correlazioni che esplodono nelle fasi di stress e l’impatto della liquidità. Per questo motivo la gestione del rischio moderna pondera scenari avversi attraverso appositi stress test e indicatori di liquidità. Si tratta dell’ennesima dimostrazione che in quest’ambito il domino dei numeri è relativo e la gestione del rischio reale presuppone un approccio olistico. Ricordiamoci sempre che la pazienza spesso batte l’aritmetica nella costruzione della ricchezza duratura. 

Il tempo è tuo alleato 

Molte fonti affermano che l’orizzonte di lungo periodo attenua i rischi e permette alla magia dell’interesse composto di lavorare. È vero che, sulla base dei dati storici, un portafoglio azionario ha offerto un premio al rischio significativo rispetto al denaro fermo sul conto. Ma, per ottenere quel premio, occorre sopportare periodi di forte volatilità (talvolta lunghi anni) e una maggiore dispersione dei possibili risultati finali. 

Va detto, inoltre, che il premio al rischio non è costante. La compensazione che gli investitori richiedono per scegliere un portafoglio di mercato rischioso rispetto a un titolo sicuro varia con il contesto economico. Cosa vuol dire esattamente questo? Partiamo dal fatto che il prezzo di un titolo azionario è uguale alla somma dei flussi di utili futuri attualizzati ad un determinato tasso di sconto (wikipedia.org). Questo parametro non è definito in maniera rigida, ma dipende dalle aspettative degli investitori. Nei momenti di crisi, ad esempio, il tasso di sconto aumenta, perché la media degli operatori, spaventata dal contesto macroeconomico, richiede una remunerazione più grande per compensare le maggiori incertezze. Viceversa, in una fase di espansione, il rischio percepito è basso e dilaga una tendenza a investire senza timori; il tasso di sconto perciò diminuisce. Questa è la teoria della scuola classica razionalista. Ci sono poi i comportamentalisti che sostengono che il premio al rischio non varia per un processo razionale di definizione del tasso di sconto. Bensì, alla luce della sistematica irrazionalità degli operatori, portati a sopravvalutare ciclicamente gli utili societari. Se il valore presente di un flusso finanziario futuro è, in buona sostanza, un rapporto tra utili e tasso di sconto, la spiegazione che dà la scuola comportamentalista è riconducibile a variazioni nel numeratore e non nel denominatore. A prescindere dal dibattito formale sulla sua origine, quello che è importante sapere è che il cambiamento del premio al rischio è un fenomeno reale, che può e deve essere considerato. 

È fondamentale ricordare sempre che, sebbene la storia suggerisca un premio positivo per le azioni, non esiste una legge naturale che lo garantisca. Per questo conviene adottare una strategia graduale, accumulando posizioni nel tempo, riducendo esposizioni quando l’orizzonte si accorcia o quando le valutazioni sono eccessive. L’analisi del premio al rischio deve essere affiancata alla valutazione della propria capacità di sopportare le perdite e agli obiettivi personali. Il tempo è un alleato potente solo se lo si interpreta come la cornice dentro cui applicare prudenza, diversificazione e monitoraggio; altrimenti, può trasformarsi in una giustificazione per assumere rischi eccessivi senza comprendere le conseguenze.  

Code spesse e rubinetti chiusi

Quando si parla di rischio, non ci si può fermare alla media. Le cosiddette code spesse della distribuzione possono nascondere pericoli immensi. Eventi come la crisi finanziaria del 2008 e il crollo dei mercati in seguito alla pandemia hanno mostrato che i rendimenti non seguono una curva gaussiana, ovvero una distribuzione normale (wikipedia.org). I movimenti estremi sono più frequenti di quanto predicano i modelli. Nel 1960 Mandelbrot e Fama dimostrarono che i prezzi dei mercati esibiscono movimenti bruschi e inattesi che smentiscono l’ipotesi di normalità (caia.org). 

A partire da queste osservazioni, è nata la teoria delle code spesse e del tail risk, ovvero la consapevolezza che esistono eventi rari con conseguenze devastanti. La letteratura successiva ha sviluppato misure come il Value at Risk modificato e il Conditional Value at Risk proprio per valutare i rischi estremi, ma molti operatori continuano a sottovalutarli. Accettare l’esistenza di code spesse significa ammettere che ci sono eventi altamente imprevedibili, che i mercati possono rimanere irrazionali più a lungo di quanto si possa restare solventi e che le strategie di copertura sono costose ma necessarie. 

In parallelo, la liquidità (la facilità con cui un bene può essere comprato o venduto al prezzo corrente) è spesso data per scontata. Gestire il rischio di liquidità è fondamentale per contenere il potenziale di perdita associato a costi di negoziazione elevati o proibitivi (econstor.eu). I fondi che investono in asset illiquidi, come obbligazioni high yield o titoli non quotati, promettono rendimenti allettanti perché il mercato richiede un premio anche al rischio di liquidità; tuttavia, questo premio è spesso sottovalutato. I riscatti di massa possono costringere un gestore a vendere al ribasso e amplificare le perdite. La combinazione di tail risk e liquidità è particolarmente esplosiva. Quando si verifica un evento raro, in molti vogliono vendere allo stesso tempo e i prezzi calano rapidamente, trasformando la volatilità in perdita reale. Dare spazio anche a tali dinamiche, permette di costruire portafogli più resilienti per gli investitori moderni

Oltre la finanza 

Ogni riflessione sul rischio, ovviamente, non si può esaurire nella dimensione finanziaria; si tratta infatti di qualcosa che abbraccia l’intera esperienza umana. L’incertezza permea ogni decisione. Scegliere un percorso di studi, innamorarsi, intraprendere un viaggio. Rischio e incertezza toccano la maggior parte degli aspetti della vita e quasi ogni decisione produce conseguenze che non possiamo prevedere completamente. Questo solleva questioni etiche. Fino a che punto è giusto assumere rischi che potrebbero ricadere su altri? Quali responsabilità abbiamo verso le persone che dipendono dalle nostre scelte? 

Il già citato Knight, nel descrivere l’inesorabile carattere incerto del mondo, osservava che il profitto esiste proprio perché i costi sono fissati in anticipo sulla base di aspettative e i ricavi si realizzeranno in un futuro incerto (fraser.stlouisfed.org). Traslando questo concetto all’etica, potremmo dire che la responsabilità morale nasce dal fatto che i nostri atti hanno effetti che non possiamo calcolare perfettamente, ma che dobbiamo comunque anticipare con prudenza. 

Vivere con l’incertezza implica accettare il limite della conoscenza e allo stesso tempo assumere decisioni. Nella vita, significa non rimandare scelte importanti per il timore di sbagliare, ma nemmeno inseguire ogni opportunità senza valutarne le ripercussioni. La pandemia e le crisi geopolitiche hanno evidenziato la fragilità dei sistemi. I rischi non sono distribuiti equamente e spesso ricadono sui più vulnerabili. Un’etica dell’incertezza richiede solidarietà per condividere i benefici del rischio con chi ne sopporta i costi. Richiede anche una cultura della trasparenza; istituzioni e imprese devono comunicare i potenziali rischi e coinvolgere gli stakeholder nelle scelte.  

Infine, riconoscere che il rischio è parte della condizione umana permette di accettarlo senza pensare di doverlo rimuovere. Come gli investitori esperti che vedono nelle fluttuazioni opportunità di lungo termine, possiamo imparare a vedere nell’incertezza un’occasione per crescere e per esercitare la nostra libertà in modo responsabile. Vissuto con consapevolezza e guidato da valori è una forza creativa che alimenta speranza, innovazione e progresso. Assumere rischi calcolati è un modo per dare senso al futuro. 

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