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- Conclusioni per il lettore frettoloso
- Blockchain e registro distribuito, che cosa risolve davvero
- Chiavi, firme digitali, wallet, che cosa significa possedere una crypto
- Consenso, proof of work e proof of stake, perché la sicurezza è economica
- Tipi di cryptoasset e casi d’uso, da bitcoin alle stablecoin
- Da tecnologia a prezzo, come nasce il valore e perché la volatilità è strutturale
- Ruolo in portafoglio, quanto pesa, come gestire rischio e disciplina
Conclusioni per il lettore frettoloso
No, non si tratta di un errore, ho voluto inserire le conclusioni prima di tutto. Come forse avrai intuito dal nome del paragrafo, questo nuovo format strizza l’occhio al ritmo accelerato della nostra quotidianità, in cui è sempre più importante rintracciare informazioni “finite” senza perdere tempo nell’affrontare il processo di “raffinazione”. Detta in parole povere, non tutti hanno il tempo o la voglia di leggere interamente un approfondimento, qualsiasi sia l’argomento. E così ho fatto una scelta pragmatica, lasciando i successivi paragrafi al lettore motivato.
Oggi trattiamo una tecnologia affascinante che da qualche anno sta rivoluzionando il concetto di “moneta di scambio”. Se ti dicessi transazioni crittografate immediate a cosa penseresti? Se ti sei risposto “Bitcoin” sei sulla strada giusta. Il rappresentante più noto di questa rivoluzione, però, è solo la punta dell’iceberg. Ciò che permette il funzionamento di tutto il sistema è la blockchain; questa nasce come risposta a un problema di fiducia nel digitale, cioè la possibilità di concordare su un registro di eventi senza dipendere da un amministratore unico (tipicamente, una banca).
La catena di blocchi collegati da hash rende visibile la riscrittura malevola del passato, mentre le regole di consenso stabiliscono quale storia la rete accetta come vera, riducendo il rischio di doppio pagamento che strumenti come Bitcoin mettono al centro della propria proposta. Il possesso di una criptovaluta comporta il controllo delle chiavi private che permettono di firmare transazioni; una firma digitale autentica l’autore e segnala alterazioni; quindi, trasforma la crittografia in diritto di spesa. Da qui deriva una parte consistente del rischio reale. La scelta tra custodia personale e custodia tramite intermediario ha conseguenze rilevanti.
Il consenso rende la sicurezza un fatto economico. Nel proof of work la protezione passa per costi fisici; nel proof of stake passa per capitale immobilizzato e penalità, con una nozione di finalità legata al costo di corrompere o sacrificare una quota significativa dello stake. Questa architettura permette casi d’uso differenti, dai pagamenti nativi alle piattaforme di smart contract, fino alle stablecoin, che tentano di ridurre volatilità ma introducono rischi specifici di riserve e liquidità. Quando queste tecnologie diventano mercati, diventano anche asset.
Sul lato investimento, la volatilità appare strutturale, perché leva, frammentazione e shock operativi amplificano i movimenti. Il quadro regolatorio europeo con MiCA prova a ridurre rischi di mercato e arbitraggio regolatorio, però richiede ancora attenzione concreta. Nel portafoglio, la teoria della diversificazione suggerisce che piccoli pesi possono avere senso solo se la dimensione rispetta la tolleranza alle perdite, se la disciplina di ribilanciamento è definita e se si accetta che i benefici di correlazione non sono stabili. La sintesi per un principiante è quindi prudente e operativa. Capire la tecnologia serve a capire i rischi; capire i rischi serve a decidere se l’asset merita spazio; decidere lo spazio richiede metodo, regole e infrastrutture affidabili, non entusiasmo.
Blockchain e registro distribuito, che cosa risolve davvero
Una blockchain si può descrivere come un registro condiviso che memorizza eventi, di solito transazioni, in modo che molte parti possano concordare su “che cosa è successo” senza affidarsi a un singolo amministratore centrale.[1] Questa semplice idea tocca un nervo scoperto della finanza. Quasi tutto ciò che ha un valore economico dipende da registri, regole di proprietà, controlli, procedure di compensazione, custodia; in poche parole, da istituzioni che rendono credibile la storia dei saldi e dei trasferimenti.[1] La blockchain prova a spostare una parte di questa credibilità dal perimetro organizzativo delle istituzioni al perimetro tecnico di un protocollo pubblico.[1]
Il cuore è una catena di blocchi collegati tramite crittografia. Ogni blocco contiene un insieme di transazioni e un riferimento al blocco precedente; quel riferimento è un hash, cioè un’impronta digitale a lunghezza fissa calcolata sui dati, costruita per essere “a senso unico” e per rendere estremamente improbabile che due contenuti diversi generino la stessa impronta.[3] Se si cambia anche un singolo dettaglio nel passato, cambia l’hash del blocco modificato, poi cambia l’hash del blocco successivo che lo include come riferimento, poi cambia tutta la catena; in pratica, una riscrittura diventa visibile e contestabile.[2][3] Questa struttura riduce il rischio di alterazioni malevole del registro, soprattutto quando molti nodi indipendenti conservano copie e confrontano le regole.[1]
Resta una domanda fondamentale. Come si decide quale sia la “storia vera” se più blocchi competono tra loro. Bitcoin nasce proprio per risolvere il problema del doppio pagamento nel digitale, ossia la possibilità di duplicare un valore rappresentato da un file in assenza di un’autorità che dica quale spesa sia valida.[2] La soluzione proposta combina regole di consenso e incentivi economici, così che la rete converga su una storia unica, mentre i tentativi di riscrittura diventino onerosi.[2] Il dettaglio tecnico cambia tra progetti, però il criterio di fondo resta la capacità del sistema di produrre accordo credibile su un ordine di eventi.
Da qui arriva il ponte verso gli investimenti. Una criptovaluta è l’unità nativa di valore che vive in quel registro; si sposta seguendo regole del protocollo, non un ordine a un intermediario.[1] Quando un mercato attribuisce un prezzo a quell’unità, la tecnologia diventa anche un asset negoziabile, con rischi, aspettative, narrativa e cicli propri.[1]
Chiavi, firme digitali, wallet, che cosa significa possedere una crypto
Possedere una criptovaluta significa controllare la possibilità di spostarla. Questa possibilità deriva da coppie di chiavi crittografiche. La chiave privata consente di firmare una transazione; la rete verifica la firma con la chiave pubblica; quindi, riconosce che chi invia è autorizzato a spendere quel saldo.[5] Una firma digitale serve proprio a due funzioni, autenticare l’autore e rilevare modifiche non autorizzate ai dati firmati.[5] In pratica il “diritto di spesa” coincide con la custodia sicura della chiave privata, o della frase di recupero che permette di rigenerarla, secondo lo standard del wallet.
Qui entra in gioco il wallet. Un wallet è principalmente un software o un dispositivo che genera, conserva e usa chiavi, oltre a costruire transazioni; il saldo, invece, resta nel registro condiviso, non dentro il dispositivo.[6] Questa distinzione conta perché spiega molti incidenti tipici. Un attacco informatico al wallet o una perdita della chiave privata equivalgono, di fatto, a una perdita irreversibile del controllo dei fondi, perché il protocollo non prevede un “reset password” centralizzato.[6] La sicurezza diventa quindi un tema strutturale.
Il passo successivo riguarda la custodia. Quando si compra tramite una piattaforma centralizzata, spesso l’utente ottiene un credito verso l’intermediario, mentre le chiavi restano sotto il controllo della piattaforma, almeno finché non si preleva verso un proprio indirizzo.[1][6] Questo modello riduce la complessità per il principiante, però aggiunge rischio di controparte.[6] La letteratura sulla crypto custody sottolinea proprio la pluralità di modelli, dal self-custody alle soluzioni con custodi professionali, fino a strutture multi-firma; ogni scelta alloca diversamente il rischio tra tecnologia e intermediario.[6]
Le autorità europee insistono su questo punto perché l’esperienza del mercato ha messo in luce diversi pericoli.[7] In Italia, comunicazioni di vigilanza hanno richiamato l’attenzione sulla combinazione tra poche tutele e rischi elevati, soprattutto quando l’operatività avviene fuori da perimetri autorizzati o con informazioni carenti.[8] Un investimento in crypto deve quindi passare da un controllo preliminare fondamentale. Chi controlla le chiavi; quali sono le procedure; quali sono i rimedi concreti se qualcosa va storto.[6][7]
Consenso, proof of work e proof of stake, perché la sicurezza è economica
La sicurezza di una blockchain pubblica dipende dal meccanismo di consenso, cioè dal modo in cui i nodi decidono quali blocchi accettare. Bitcoin usa un approccio che lega la produzione dei blocchi a un costo reale, la prova di lavoro, proof of work, così che un attaccante debba sostenere spese elevate per riscrivere la storia e superare la rete onesta.[2] In pratica, ogni partecipante (c.d. miner) deve risolvere complessi problemi matematici per ottenere il diritto ad aggiungere un nuovo blocco al registro. Una volta terminato il processo, si ottiene una ricompensa, che rappresenta l’incentivo principale a compiere lo sforzo computazionale. È un po’ come se ogni pagina di un registro cartaceo venga marcata con un timbro diverso per garantirne l’autenticità; per l’agente malevolo, falsificarne uno può non essere proibitivo, ma rifarli tutti è quasi impossibile.
Molte reti più recenti adottano invece la prova di partecipazione, proof of stake, in cui un insieme di validatori blocca capitale come garanzia e rischia penalità (slashing) se si comporta in modo scorretto.[9][12] In questo modello la sicurezza diventa esplicitamente “cripto-economica”, perché la minaccia credibile è la distruzione di valore del collaterale del validatore.[9][12] Ethereum, per esempio, prevede una selezione pseudo-casuale dei propositori dei blocchi.[9] Si formalizza poi l’idea di “finalità”, cioè la condizione per cui un blocco diventa praticamente irreversibile, salvo che una quota significativa di stake venga bruciata o penalizzata.[11][12] Il dettaglio ingegneristico conta meno della conclusione finanziaria. La sicurezza non è “gratuita”; si paga con energia e hardware nel proof of work, oppure con capitale immobilizzato e rischio di penalità nel proof of stake.[2][9]
Questo passaggio aiuta a capire anche perché alcune blockchain risultano più appetibili di altre per usi finanziari. Per l’investitore le conseguenze sono importanti. Valutare un cryptoasset significa anche valutare funzionamento e qualità della relativa blockchain.[1][9] Questi elementi rientrano nel rischio di “infrastruttura”, distinto dal rischio di prezzo, però capace di influenzarlo in modo rilevante quando qualcosa si inceppa.[1][12]
Tipi di cryptoasset e casi d’uso, da bitcoin alle stablecoin
Parlare di “crypto” come blocco unico confonde. Esistono asset diversi per funzione e per rischio. Il regolamento europeo MiCA adotta categorie che aiutano a orientarsi, distinguendo cripto-attività che mirano a mantenere valore stabile rispetto ad attività o valute, token di moneta elettronica, altri token, inclusi quelli con funzione di utilità.[15] Questa tassonomia nasce per costruire regole di emissione e di servizi, quindi influisce anche sulla lettura finanziaria del rischio.[15]
Bitcoin tende a essere interpretato come rete monetaria digitale con offerta predeterminata e assenza di emittente, con una funzione potenziale di riserva di valore per alcuni investitori e di bene speculativo per altri.[2][31] Reti come Ethereum si presentano invece come piattaforme generaliste, capaci di eseguire logiche complesse tramite smart contract, cioè programmi che applicano clausole e trasferimenti in modo automatico quando si verificano condizioni codificate.[4][18] L’idea di smart contract viene formulata già negli anni Novanta come estensione di obbligazioni e diritti in forma digitale, con protocolli che supportano esecuzione e verifica.[18] In questi ecosistemi compaiono token di vario tipo: di governance, legati a protocolli specifici o che rappresentano diritti d’uso.
Le stablecoin meritano un capitolo a parte. Sono strumenti progettati per ridurre la volatilità, spesso ancorando il valore a una valuta fiat (dollaro, euro, ecc.) tramite riserve, algoritmi o combinazioni, con modelli di rischio molto differenti.[16] Proprio perché fungono da “ponte” tra finanza tradizionale e finanza on-chain, attirano l’attenzione di banche centrali e autorità per i possibili canali di contagio.[16][17] Rapporti di stabilità finanziaria sottolineano che la crescita di questi strumenti può amplificare interconnessioni con mercati monetari e sistemi di pagamento, anche se l’intento iniziale è la semplificazione operativa.[16]
Insomma, comprare “crypto” significa assumere esposizioni ben diverse tra loro. Cambiano le determinanti del prezzo, i rischi tecnici, la probabilità di eventi estremi e così via.[15][16] Anche la valutazione cambia. Un approccio pratico consiste nel chiedersi quale utilità economica il token rappresenti, quale domanda strutturale possa sostenere, quali costi paghi l’utente per usarlo, quale regole lo governi.[19][15]
Da tecnologia a prezzo, come nasce il valore e perché la volatilità è strutturale
Il prezzo di un cryptoasset nasce dall’incontro tra aspettative e vincoli tecnici. Nel caso di bitcoin, l’offerta segue regole codificate e prevedibili; questa caratteristica alimenta una narrativa di scarsità digitale che alcuni paragonano a un bene rifugio, mentre altri leggono come motore di cicli speculativi.[2][31] Nel caso di piattaforme come Ethereum, il legame tra attività economica e domanda del token passa anche dai costi di utilizzo della rete, quindi dalle commissioni pagate per eseguire transazioni e contratti.[19][13] Se la rete viene usata di più, aumenta la competizione per lo spazio nei blocchi, quindi cresce la pressione sui costi; questo crea un canale tra adozione e domanda del token, pur con molti fattori intermedi.[19][13]
La tokenomics, cioè l’insieme delle regole di emissione, incentivi, commissioni, penalità, influenza la “cattura di valore”. Un esempio importante è EIP-1559, che modifica il mercato delle fee di Ethereum introducendo una base fee algoritmica e, soprattutto, l’eliminazione di una parte delle commissioni, cioè un meccanismo che di fatto riduce l’offerta in circolazione.[23][24] La ricerca empirica e teorica invita a trattare questi meccanismi come componenti finanziarie, non solo tecniche.[24]
La letteratura su rendimenti e rischi mostra che i driver dei cryptoasset differiscono spesso da quelli delle asset class tradizionali; contano fattori specifici del mercato crypto.[21] Studi sulla volatilità di bitcoin mettono in luce estrema varianza e code pesanti; quindi, con una probabilità di eventi estremi superiore a quella suggerita da modelli semplici.[22] A questi aspetti si sommano elementi di microstruttura. Mercati frammentati, leva, liquidità discontinua, rischio operativo, notizie regolatorie, incidenti di sicurezza possono produrre movimenti rapidi e amplificati.[1][32]
Un dato di contesto aiuta a capire la portata del fenomeno. In analisi recenti sul sistema finanziario europeo si evidenzia che la capitalizzazione complessiva del mercato crypto ha raggiunto circa 4,2 trilioni di dollari nel terzo trimestre 2025, dopo una forte crescita.[25] Dimensione e accessibilità aumentano l’attenzione istituzionale, però non eliminano la natura sperimentale di molte infrastrutture e la fragilità di alcuni modelli.[25][32]
Ruolo in portafoglio, quanto pesa, come gestire rischio e disciplina
Il punto d’arrivo, per chi investe, riguarda il portafoglio. La teoria moderna del portafoglio mostra che rischio e rendimento vanno letti insieme, e che la diversificazione può migliorare il profilo complessivo quando le correlazioni tra asset restano contenute.[26] Qui nasce l’interesse per le criptovalute. Se un asset ha rendimenti attesi elevati e correlazioni basse con il resto, piccole allocazioni possono spostare la frontiera efficiente; se invece la correlazione sale nei momenti critici, il beneficio si riduce proprio quando servirebbe.[26]
Le evidenze empiriche sono miste e dipendono dal periodo. Studi pionieristici discutono l’uso di bitcoin come strumento di diversificazione, evidenziando che i benefici possono esistere in alcune finestre temporali, pur con volatilità molto elevata.[27] Una parte della letteratura analizza le relazioni dinamiche tra criptovalute e altri asset, trovando interdipendenze variabili, con fasi di maggiore integrazione nei momenti di stress o di euforia, quindi con benefici non stabili.[28] Sul tema “bene rifugio”, risultati diversi convivono. Alcuni lavori trovano capacità di hedge contro specifiche misure di incertezza in certi regimi e orizzonti, però con forti caveat.[29] Altri, su dati intraday, mostrano proprietà di diversificazione e safe haven per alcune crypto in episodi estremi, senza trasformare bitcoin in un sostituto semplice dell’oro.[30] Una survey recente sintetizza proprio questa ambivalenza, descrivendo bitcoin come asset con tratti simultaneamente speculativi e, in alcune circostanze, difensivi, in modo non lineare.[31]
Che cosa se ne fa, quindi, in pratica. Una considerazione personale, basata su questi risultati e sull’esperienza di rischio, suggerisce di trattare le crypto come componente satellite ad alta volatilità, dimensionata con logica di risk budgeting, non con logica narrativa. Significa partire dal massimo drawdown sopportabile, non dalla storia dei rendimenti. Significa fissare una regola di ribilanciamento, perché senza disciplina l’allocazione tende a crescere dopo i rialzi e a essere venduta nei ribassi, cioè nel momento peggiore.[26] Significa anche scegliere strumenti e procedure che riducano rischio operativo, perché furti e truffe restano una componente rilevante dell’ecosistema.[33] Rapporti sulla stabilità finanziaria e sui rischi sistemici richiamano proprio l’importanza di monitorare leva, liquidità, interconnessioni, oltre agli shock da incidenti e frodi.[32]
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Fonti:
[1] Bank for International Settlements, The crypto ecosystem: key elements and risks, July 2023, PDF
[2] S. Nakamoto, Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System, 2008, PDF
[3] NIST, FIPS 180-4 Secure Hash Standard (SHS), 2015, PDF
[4] V. Buterin, Ethereum: A Next-Generation Smart Contract and Decentralized Application Platform, 2014, PDF
[5] NIST, FIPS 186-5 Digital Signature Standard (DSS), 2023, PDF
[6] D. Zetzsche, A. Nikolakopoulou, D. Sinnig, Crypto custody, Capital Markets Law Journal, 2024, PDF
[7] Joint European Supervisory Authorities, Joint ESAs revised warning on crypto-assets, October 2025, PDF
[8] Consob, Comunicato stampa del 6 ottobre 2025. Cripto-attività: poche tutele e rischi elevati, 2025, Pagina
[9] Ethereum.org, Proof-of-stake (PoS), aggiornato 2025, Pagina
[10] V. Buterin et al., Combining GHOST and Casper (Gasper), arXiv, 2020, Abstract
[11] V. Buterin, V. Griffith, Casper the Friendly Finality Gadget, 2017, PDF
[12] Ethereum.org, Single slot finality, aggiornato 2025, Pagina
[13] Ethereum.org, Ethereum gas and fees: technical overview, aggiornato 2025, Pagina
[14] S. Solmonte, An analysis of the Ethereum Proof of Stake protocol, Università di Bologna, 2023, PDF
[15] European Union, Regulation (EU) 2023/1114 on markets in crypto-assets (MiCA), 2023, PDF
[16] IMF, Global Financial Stability Report, October 2025, capitoli su crypto e stablecoin, Pagina
[17] H. Rey, IMF, analisi su stablecoin e interconnessioni, 2025, Pagina
[18] N. Szabo, Formalizing and Securing Relationships on Public Networks, 1997, PDF
[19] CFA Institute Research, Valuation of Cryptoassets: A Guide for Investment Professionals, 2023, PDF
[20] European Systemic Risk Board, Report/assessment on crypto-asset risks and financial stability, 2025, Pagina
[21] Y. Liu, A. Tsyvinski, Risks and Returns of Cryptocurrency, Review of Financial Studies, 2021, versione working paper, PDF
[22] P. Katsiampa, Volatility estimation for Bitcoin: a comparison of GARCH models, 2017, Pagina
[23] T. Roughgarden, An Economic Analysis of EIP-1559, 2020, PDF
[24] S. Azouvi et al., Base Fee Manipulation in Ethereum’s EIP-1559 Transaction Fee Mechanism, DISC 2023, PDF
[25] IVASS, EU financial regulators alert consumers about the risks of crypto-assets, riferimento a capitalizzazione Q3 2025, 2025, Pagina
[26] H. Markowitz, Portfolio Selection, The Journal of Finance, 1952, PDF
[27] M. Brière, K. Oosterlinck, A. Szafarz, Virtual currency, tangible return: portfolio diversification with bitcoin, 2015, Working paper
[28] S. Corbet et al., studi su relazioni dinamiche crypto e asset tradizionali, 2018, PDF
[29] E. Bouri et al., Does Bitcoin hedge global uncertainty?, 2017, Finance Research Letters, Pagina
[30] A. Urquhart, Is Bitcoin a hedge or safe haven for currencies? An intraday analysis, 2019, PDF
[31] D. Kang, Bitcoin as a financial asset: a survey, 2025, PDF
[32] ESRB, richiami su leva, liquidità e interconnessioni crypto, 2025, Pagina
[33] Chainalysis, The 2025 Crypto Crime Report, 2025, PDF

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